Aldo Frezza

Aldo Frezza – Viaggiare non è soltanto scoprire spazi nuovi. Viaggiare è rinnovarsi nel tempo fotografando l’assenza.

Tutti nel corso della vita incontriamo delle vette da scalare. E’ un saliscendi che ci accompagna costantemente, ci fortifica e ci fa provare la maestosità del vivere, nel bene e nel male. C’è qualcuno però che sulle cime dei monti si sofferma, contempla i paesaggi, i sentieri, la fierezza delle curve, la possenza immobile e muta della roccia. C’è chi lo fa per passione e chi per mestiere. Immortalare la bellezza delle montagne, scoprire nuovi luoghi da visitare, viaggiare fin sulle cime più alte: tutto questo rimane per sempre impresso in una fotografia.

Quando si aggiunge all’esperienza diretta a contatto con la natura una particolare sensibilità e pacatezza, ogni piccolo dettaglio diventa attenzione viva, ogni istante catturato dall’obiettivo o dalla penna assume un significato profondo. Un fotografo e uno scrittore questo lo sanno.

Giornalista pubblicista, fotoreporter, romano di adozione, Aldo Frezza, nasce il 20 febbraio 1954. Deve, forse, la sua passione e professione, alle sue origini: il suo cuore, nato e cresciuto all’ombra del Gran Sasso, tra le colline e i monti abruzzesi, pulsa come un torrente appenninico che scorre tra le curve degli altopiani sino al mare.

Oltre a praticare vari sport scrive e fotografa su tematiche legate al mondo dell’escursionismo, particolarmente quello alpino; infatti ha pubblicato diversi libri e guide specifiche sull’argomento. Attualmente si occupa di itinerari adatti ai bambini, curando sulla “Rivista del Trekking” la rubrica “Piccoli escursionisti”.

Nel 2015 Aldo Frezza ha partecipato al contest indetto da PLS Magazine, In Absentia, presentando una raccolta fotografica totalmente differente dal suo genere, ma ugualmente densa di significati.  “Parlami di te” è il portfolio con cui ha ricevuto una menzione speciale, sia per il tema trattato che per l’interessante percorso che ha voluto rappresentare. L’assenza è mancanza fisica di una persona, in questo caso la madre, ma anche perdita di memoria, dovuta alla demenza senile, provocando un senso d’impotenza in chi vive accanto a lei. Alla fine del sentiero visuale la catarsi si rende manifesta. E’ un rinnovamento che libera l’anima ricomponendo le immagini scattate. Rivedere il tempo passato, sentire il vuoto dell’assenza, riempire nuovamente la vita purificandola dalla sofferenza: questo è “Parlami di te”, il progetto a cui Frezza ha lavorato per parecchio tempo, un lavoro che induce il pubblico alla riflessione sul viaggio della vita.

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Aldo, ami la natura e, in particolare, gli sport in montagna e all’aria aperta. Questa passione, insieme alla tua professione, ti ha permesso di fotografare e scrivere per parecchi anni per alcune testate di settore. Puoi raccontarci brevemente un’esperienza che ricordi ancora oggi?

Anni passati a vagare per le montagne di tutto il mondo a piedi, con le mani, con gli sci e in bicicletta portano a fare molte esperienze da ricordare per tutta la vita. Cito qui, però, le straordinarie esperienze degli anni in cui ho avuto il privilegio di collaborare con un gruppo di medici (dermatologi per lo più) specializzati in ricerche in alta quota ed in ambienti estremi. Io ero il loro addetto stampa ed il loro fotografo. Sotto la guida del Dottor Giovanni Leone, principale ispiratore delle ricerche, abbiamo trascorso molti anni a studiare le radiazioni solari e a testare prodotti protettivi in Himalaya, nel Sahara, in Africa Centrale, al laboratorio della Capanna Margherita in cima al Monte Rosa. Sono state importantissime esperienze per me, non solo per i luoghi visti, le cime raggiunte o la soddisfazione di aver contribuito – in minima parte – a importanti ricerche, ma anche dal punto di vista fotografico. Il dover comunicare quanto facevamo sotto vari aspetti e per ambiti completamente diversi (riviste tecnico-scientifiche, pubblicazioni e advertising degli sponsor, redazionali, articoli su testate specialistiche o generaliste, ecc…) è stato per me una sfida e un grande stimolo.

Quante vette hai dovuto scalare per trovare la fotografia? (in senso metaforico, naturalmente)

Bellissima e difficile domanda, per me. Non ho trovato io la fotografia, ma credo piuttosto che lei abbia trovato me. Tutto cominciò con una macchina fotografica di plastica (una vecchia Eura Ferrania che ho ancora, non sono mai riuscito a separarmene) che mia madre prese, credo, con i punti di qualche detersivo. Ero un bambino, allora, ma fui letteralmente rapito da quell’apparecchio, tanto che ne divenni l’unico utilizzatore, immortalando le gite e la vita famigliare. Abbandonai poi la cosa per molti anni, riprendendola poi “da grande”, quando ebbi la mia prima reflex. Forse le vette da scalare, le vere sfide, sono venute dopo. Innanzitutto, quando ho dovuto trovare in me il coraggio di proporre i miei primi lavori alle riviste; oltre questo ho dovuto imparare a fotografare per quel tipo di testate, a raccontare tenendo presente il tipo di utilizzo delle foto, il contesto, ecc… Nel tempo però mi è venuto un po’ a noia lo scattare per un singolo evento, per illustrare un articolo e per far vedere l’itinerario che stavo documentando. Era diventata routine: finito uno, via l’altro. Questo modo di lavorare cominciava a starmi stretto, cercavo qualcosa di più, a lunga scadenza, qualcosa che, fotograficamente, scavasse all’interno delle storie, andasse ad indagare cosa c’è dentro e dietro i fatti, qualcosa che lasciasse anche una traccia di me, le mie emozioni. Praticamente, sono dovuto rinascere come fotografo, rimettendo in discussione la mia visione e cercando altre strade da percorrere.

“Parlami di te” è il progetto con cui hai ricevuto una menzione d’onore per il contest In Absentia, un portfolio malinconico e delicato dove sono le immagini a parlare. E’ dedicato ad Andreina, tua madre, che era affetta dalla demenza senile. Perdita di memoria e assenza sono, in senso lato, gli elementi cardini di questa raccolta. Cosa rappresenta per te?

“Parlami di te” è stato il mio primo progetto a lungo termine, essendo durato per i molti anni in cui mia madre è stata affetta dalla sua malattia, e pure per alcuni mesi dopo la sua morte. Già questo rappresenta tanto per me, abituato più a reportage del tipo “mordi e fuggi”. Poi, mi ha molto coinvolto emotivamente, costringendomi a fare i conti con la malattia, la storia, i ricordi, non solo di mia madre ma anche miei. E’ stato un viaggio nelle poche tracce della memoria che mia madre andava via via perdendo; mi ha messo di fronte alla mia storia e ad aspetti di me stesso, forse, non del tutto risolti in passato. Non è stato facile né indolore.

Qual è il progetto a cui ti senti più legato?

Forse è proprio “Parlami di te”. Mi ha coinvolto per così tanto tempo, ed è passato così poco dalla sua conclusione, mi ha impegnato tanto come fotografo, nella ricerca di un linguaggio che potesse rappresentarlo al meglio. Me lo sento ancora addosso anche se sto lavorando su altro.

Giornalista, scrittore, fotografo, viaggiatore. Quali altre capacità possiede Aldo Frezza?

Non so, non spetterebbe a me dirlo. La cucina vegana, forse (scherzo…). Io spero solo di essere un buon padre per mia figlia Ilaria, anche se non abbiamo vissuto sempre insieme negli ultimi anni e se lei ora, quasi maggiorenne, comincia a volare da sola. Spero di avere ben seminato e di averle trasmesso qualcosa.

Che novità ti attendono nel prossimo immediato futuro?

Oltre a scrivere e fotografare di montagna per un web-magazine, sto lavorando ad altri miei progetti fotografici personali, che però sono ancora in uno stato quasi embrionale. Uno di essi, in particolare, riguarda il quartiere di Roma nel quale mi sono trasferito di recente, la sua storia e i suoi abitanti.

Caterina M. Licciardello
Press Office|PLS MAGAZINE