Alessandro Ingoglia

 

Lei è il mio orgoglio e la mia gioia”, cantava in Pride and Joy il chitarrista texano Steve Ray Vaughan e quando la street photography viaggia sulle note di un pezzo blues, le sfumature fotografiche evocano scene di vita che sopravvivono al progresso. Immagini rubate lungo la strada, luoghi popolari in cui la vita scorre seguendo i  ritmi scanditi dalla voce di “lu putiaru”, il venditore della bancarella di un mercato. Siamo a Palermo, a Ballarò, il luogo che giornalmente raccoglie gli odori tipici di una antica tradizione  siciliana: la compravendita di prodotti alimentari e altri generi di consumo. Il fotografo cattura i momenti più intriganti di una giornata qualsiasi al mercato  come in una scena  teatrale dove gli attori si alternano interpretando ognuno la propria parte. La street photography diventa protagonista di un viaggio intorno al mondo dove in ogni luogo immortalato, dal Marocco alla Svezia, dall’Italia alla Cina, l’anima urbana emerge dalla pellicola mettendo in luce un racconto fotografico. Questa è la peculiarità dei progetti di Alessandro Ingoglia, fotografo siciliano, di Palermo, il quale dopo un percorso di studi musicali e una forte predisposizione alla pittura si addentra con forte interesse nell’universo fotografico. Quarant’anni il prossimo 27 aprile, Alessandro svolge l’attività di informatore scientifico del farmaco che concilia pienamente con la professione di fotografo. Il suo ultimo progetto realizzato in Cina sarà esposto il 7 maggio all’interno dello spazio eventi del Multicenter Mondadori di Palermo.

Alessandro, sei passato dallo studio della pittura alla musica per poi approdare al mondo della fotografia. Quanto dell’esperienza acquisita nell’arte pittorica hai trasferito nei tuoi scatti?

 

Per me la pittura e la fotografia sono due forme d’arte che per lo più camminano su binari paralleli affrontando spesso gli stessi temi attraverso linguaggi differenti. Personalmente vivo la pittura come un’arte di “testa”: mediata, ragionata. Infatti, di solito  per i miei dipinti preparo prima il bozzetto e studio diverse modalità di realizzazione. Invece, sento maggiormente di “pancia” la fotografia: per fare una foto basta un attimo, un click. Tuttavia, mi viene spontaneo immaginare i miei scatti prima di farli. Creo nella mia mente le foto che poi cerco e, soprattutto se sono legate ad un progetto ben preciso, immagino quelle determinanti da scattare sulla base delle sensazioni che percepisco per strada o dovunque io sia come se fossero dei bozzetti basati sulla luce, la composizione e la scena.

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Palermo è la tua città e con Ballarò e Rui euro ri chiddii hai voluto rappresentare un aspetto della tua gente, ritraendo i clienti e i venditori del mercato e le usanze e i mestieri che ancora oggi sopravvivono al progresso come la “putia”, ossia il negozio, del mercante di olive. Raccontaci l’episodio che ti ha spinto a voler realizzare questi progetti.

 

A Ballarò ho trascorso gli anni del liceo, perché la scuola si trova proprio poco prima del mercato. Amavo perdermi tra i vicoli, chiacchierare con i commercianti che sono l’anima di questi luoghi pieni di storia e di tradizione. Dopo il liceo, però, la mia vita mi ha allontanato da questa realtà e la fotografia mi ha permesso di recuperare un legame spezzato con questo posto. I due progetti sono complementari perché raccontano il mercato da due punti di vista: da un lato i commercianti, come “l’olivaro”, dall’altro i clienti. Più che un episodio, è stata un’occasione che mi ha spinto a realizzare questi progetti: un workshop sul reportage con Patrice Terraz e Sandro Iovine, curato da Palermofoto, il cui obiettivo era raccontare Ballarò per immagini cercando di non cadere nel cliché fotografico, legato a questo luogo.

Girando per il mercato dopo un primo approccio un po’ distaccato, ho notato la bancarella del Sig. Nino, proprio in piazza Del Carmine di fronte alla Chiesa e gli ho chiesto se potevo unirmi a Lui per fotografare i suoi clienti. Ho passato lì due mattine e sono venute fuori tante storie. Improvvisamente la vetrina della bancarella era diventata per me una sorta di palcoscenico nel quale si alternavano attori che come in un provino interpretavano tutti lo stesso ruolo: tutti compravano olive! Bianche, nere, al fiore, in salamoia, grosse, piccole, ma sempre olive e tutti si rivolgevano al Sig. Nino dicendo: “mi ‘nni facissi rui euro ri chiddi!” 

Tra una sessione e l’altra di questo progetto è nato anche Ballarò portraits perché i commercianti attorno al Sig. Nino, incuriositi dalla mia presenza e forse per essere anche un po’ protagonisti hanno accettato di farsi fotografare. Volevo riuscire a raccontarli con una sola foto, così dopo aver chiacchierato qualche minuto con loro, ho chiesto loro di mettersi in posa e ho scattato: l’ambiente attorno crea il contesto lavorativo, ma ho cercato attraverso la posa che essi stessi hanno scelto di assumere di far emergere anche l’uomo oltre che il commerciante, perché questo mercato, dopo tutto, è ancora vivo grazie a loro. Da quel momento ho ripreso a frequentare regolarmente Ballarò con un approccio sempre diverso, a volte più interattivo, a volte più distaccato, ma di sicuro il legame con questo mercato è tornato ad essere nuovamente forte.

 

Luoghi è un’altra tua raccolta fotografica “in progress” che prende forma attingendo ai ricordi come appunti visivi della memoria. A quale luogo ti senti più vicino?

 

Luoghi è una raccolta in progress perché nella vita di ognuno di noi ogni momento che passa diventa ricordo e più passa il tempo più sono i ricordi, ma più facilmente li possiamo anche dimenticare. Da qui l’esigenza di visualizzarne alcuni attraverso le foto, che possano far rivivere in me sensazioni, momenti, persone. Attraverso dei Luoghi reali raffiguro dei Luoghi dell’anima, legati a momenti della mia vita. Quello che sento più vicino è sicuramente quello del mare perché mi lega al ricordo di mio padre che soleva raffigurarlo spesso nei suoi quadri, In particolare ce n’è uno che mostra l’onda che si ritira lasciando sulla sabbia quel contorno subito sopraffatto e ridisegnato da una nuova onda.

 

Parliamo adesso dei tuoi viaggi. Hai realizzato diversi portfolio dedicati alle tue esplorazioni nel mondo, avventure di ogni genere, dall’Italia alla Turchia e al Marocco, dalla Svezia alla Cina. Proprio quest’ultimo progetto sarà esposto il prossimo 7 maggio all’interno dello spazio eventi del Multicenter Mondadori di Palermo. Cosa ti ha colpito di questo paese tanto da realizzarne una raccolta fotografica?

 

Viaggiare e fotografare sono, per me, due passioni che si intersecano e si scambiano nella loro essenza perché viaggiare significa non solo conoscere, ma anche conoscersi e fotografare mi permette di raccontare e raccontarmi. Condivido la passione del viaggio con mia moglie. Lei, più di me, si occupa dell’organizzazione vera e propria ed è Lei che soprattutto mi aspetta, con infinita pazienza quando mi fermo a fotografare perché ho visto qualcosa di interessante. La nostra affinità ci permette di superare ogni eventuale difficoltà che si possa presentare in viaggio e rende ogni esperienza ancora più speciale. Ogni occasione è buona per mettere lo zaino in spalla e vivere una nuova avventura, ogni paese, che sia vicino o lontano, ci ha lasciato dei ricordi indelebili non soltanto legati ai luoghi ma anche alle persone con le quali siamo  venuti in contatto lungo la via. Tra le cose che amo fare di più nei viaggi è perdermi nei luoghi, vagare senza meta e aspettare che accada qualcosa, ma sempre pronto con la mia macchina fotografica a cogliere il momento.

Ho viaggiato molto in Europa e adesso sono affascinato dall’Oriente che ho cominciato ad esplorare proprio dalla Cina. Il viaggio in Cina è stato il più lungo e impegnativo che abbia fatto finora; l’ho attraversata andando da nord a sud e anche ad est, e ciò mi ha permesso di vedere paesaggi dalla bellezza mozzafiato che contrastano con un popolo con il quale è difficile entrare in contatto, perché molto diffidente. In queste fotografie ho cercato di cogliere non solo dei panorami stupendi ma anche e soprattutto dei momenti di quotidianità così da poter rivelare a chi le guarderà,  la varietà, la bellezza e la complessità del paese che ho visitato. E tutto questo ho deciso di raccontarlo con una mostra.

 

La street photography è diventata una tendenza? Cosa significa invece per te?

 

Oggi non si fa altro che parlare di street photography, e un po’ come è accaduto con l’avvento del digitale con il quale siamo diventati tutti fotografi, da un po’ di tempo a questa parte facciamo tutti fotografia street. È una tendenza? Probabilmente sì.

Ma perché ci affascina così tanto? Forse perché è il genere fotografico più immediato. In fondo cosa c’è di più semplice che prendere la propria macchina fotografica e andare per strada a fotografare? Apparentemente nulla. Per quanto mi riguarda la fotografia street è l’anima stessa del mio sentire e fare la fotografia, mi permette di stare dentro le storie che voglio raccontare ed esprimere il mio punto di vista oppure rimanere un semplice osservatore. E se è vero che ogni foto può narrare una storia, per strada possiamo “facilmente” trovare tante storie da raccontare.

 

Visto che sei stato anche un musicista quanto tempo dedichi all’ascolto della musica rispetto alla fotografia e quale brano abbineresti ai tuoi scatti?

 

Dedico molto tempo all’ascolto della musica e ascolto tutti generi: dalla classica, al rock, al blues, al jazz, alla musica italiana d’autore. Come per la fotografia, ho i miei autori preferiti. Ne cito solo 3: Satie, Pink Floyd e Fabrizio De Andrè e non a caso menziono questi musicisti perché loro, più di altri, hanno utilizzato la musica per raccontare e attraverso le loro canzoni restituiscono agli ascoltatori delle immagini precise, delle vere fotografie. Non so esattamente quale o quali brani abbinerei ai miei scatti; mi piace pensare che nelle mie fotografie si possa percepire il mio sentire musicale, ma a dire la verità è un esperimento che non ho ancora provato, quanto meno in modo consapevole. Ipotizzando un parallelismo tra musica e fotografia direi che la street photography per la sua natura si avvicina molto al blues o al jazz, cioè a quella musica dove la capacità di improvvisare è una caratteristica fondamentale, mentre tutta la fotografia costruita in studio assomiglia più alla musica classica in cui ogni nota è il frutto di un ragionamento ben preciso, ma che pur seguendo delle regole le infrange e ne detta di nuove per ogni composizione, come il fotografo fa con la luce e i suoi modelli per ogni suo scatto.

 

Una frase che ti  identifica.

 Una frase che mi piace molto e nella quale mi identifico è quella di Charles Harbutt, un grande fotografo: “Non sono io a trovare le foto, sono loro a cercare me. Io devo solo assicurarmi di avere la pellicola nella macchina ed essere pronto.”  Forse, è un approccio blues.

Caterina M. Licciardello

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