Carmelo Eramo

“Vedere non è abbastanza. Devi sentire quello che fotografi”. Come insegna uno dei padri della fotografia contemporanea, l’ungherese André Kertész, per scattare “in strada” bisogna ascoltare il battito del cuore, cogliere attimi che all’apparenza sembrano banali, cercare in uno sguardo l’innocenza, fermare il tempo della felicità nel silenzio di un istante. Se a questa lezione di vita aggiungiamo un’esperienza curriculare nella scuola primaria di Altamura (Ba), una graziosa cittadina delle meravigliose terre di Puglia, possiamo intravedere il profilo fotografico di Carmelo Eramo, membro di SPontanea, il collettivo italiano di street photography.

Pugliese d.o.c., Carmelo nasce il 10 dicembre 1973, e proprio nel suo paese svolge la professione di insegnante di scuola primaria, specializzato nel sostegno ai bambini diversamente abili, oltre che coltivare la passione per la fotografia da più di vent’anni.

Eramo racconta attraverso le immagini storie differenti che seguono un filo conduttore comune: l’appartenenza, le radici, i piccoli gesti quotidiani che stanno scomparendo, risucchiati dalla modernità. Sulla soglia, Prima che tutto sia perduto, Uaragnaun, tutti rigorosamente in bianco e nero, sono solo alcuni dei portfolio che evidenziano il suo stile, seguendo una trama narrativa densa di emozioni, dove luoghi e gesti spontanei dei soggetti ritratti riconducono la mente alle proprie origini. Un altro progetto interessante è Un diario di luci e ombre, un lavoro “in progress” che raccoglie frammenti del quotidiano, tracce di vita che scivolano via con lo scorrere del tempo, tante storie senza apparenti legami tra loro, ognuna delle quali, però, racchiude un racconto intimo unico.

Carmelo, sei un insegnante della scuola primaria oltre che essere un fotografo da tanto tempo. Hai parlato ai tuoi alunni di questa passione? Quale episodio hai raccontato loro della tua esperienza fotografica?

Ho la fortuna di fare un lavoro che amo, io credo il più bello che ci sia. Insegnare è sempre stata la mia aspirazione, il mio sogno, e insegnare ai bambini è una esperienza, direi un’avventura, entusiasmante, difficile ma ricca di soddisfazioni. Impari tanto da loro, insieme a loro.

I miei alunni conoscono la mia passione per la fotografia, non fosse altro perché alla prima occasione utile il loro maestro si trasforma in fotografo. Capita che mi vedano alle prese con particolari, luci, ombre, gesti che irresistibilmente mi attirano e mi portano a scattare. Non mi fermo di fotografare nemmeno a scuola. Anzi, spesso mi chiedo quale sia effettivamente il mio lavoro, tanto la fotografia occupa per tempo e importanza la mia vita. Sì, mi è capitato di parlare con loro di me, come fotografo. Una volta mostrai ad una classe le mie foto e mi incuriosì la loro reazione di stupore di fronte a certe scene, magari consuete da noi, ma che loro sembravano vedere per la prima volta. E’ anche questa la magia della fotografia: riesce a farti vedere cose che conosci come se le vedessi per la prima volta, e questo avviene soprattutto attraverso un sguardo infantile, lo stupore, appunto, che non si dovrebbe mai perdere quando si fotografa, o almeno io ci provo. Di solito i bambini sono interessati principalmente ai retroscena, a come è avvenuto quello scatto, a come hanno reagito i soggetti, ed è bello raccontare loro la storia che c’è dietro le immagini.

bimbo-con-fotocamera

Ad un bambino che gioca con la sua macchina fotografica cosa potresti insegnare?

Lo lascerei continuare a giocare, a provare e sperimentare. Molto probabilmente avrebbe più lui qualcosa da insegnare a me: lo stupore di cui parlavo prima, quello che si scorge nello sguardo di un bambino alla scoperta del mondo, la curiosità genuina, priva di secondi fini, di arrivismo, ambizione e falsità.  Questo modo di vedere potrebbe aiutarci ad imparare dai bambini, perché mi sa che noi adulti lo abbiamo perso per strada. Io mi limiterei a dirgli solo di catturare tutto quanto lo colpisce ma soprattutto quello che sente partire in quel momento dal suo cuore, tutto ciò che lo emoziona. Se non ti emozioni di fronte a quanto scatti, non puoi trasmettere le stesse sensazioni a chi guarderà le tue fotografie.

Fai parte del collettivo SPontanea. Cosa significa per te la street photography e quando capisci che è il momento di scattare?

Per me è una prospettiva mentale, emotiva, visiva, un modo di rapportarsi alla realtà che ci circonda e alla quotidianità attraverso uno sguardo che trova la sua ragion d’essere nella spontaneità e nella immediatezza del catturare momenti e scene di vita così come essa ci appare e si svolge davanti ai nostri occhi. E’ vagare e ricercare, attendere e ricevere, aprirsi alle suggestioni, sensazioni, atmosfere, incontri che la strada – la vita – ti offre, e renderle visioni soggettive e personali. E’ raccontare il fluire della vita di ogni giorno, la sua ricchezza, nei suoi molteplici aspetti, l’umanità del quotidiano. E’ dischiudere scorci di realtà, narrare la società e il nostro tempo cogliendo istanti di esistenza ordinaria. E’ mostrare, far vedere quello che vediamo ogni giorno ma di cui non ci accorgiamo, quanto sia speciale quello che sembra ordinario e banale, i volti e gli aspetti della quotidianità su cui i nostri sguardi indifferenti si posano frettolosamente. E’ camminare e ancora camminare, osservare costantemente, immergersi nel fluire dell’esistenza, nel mondo, tra le persone. E’ scoprire e far scoprire. Comunicare ed emozionare. E’ espressione di sé, viaggio interiore, introspezione. Questo è per me la fotografia di strada, un modo di vivere, la mia maniera di esprimermi, e probabilmente tanto altro di cui non sono nemmeno consapevole.

Quando capisco che è il momento di scattare? Dal battito del mio cuore. Da quella specie di fremito, di sussulto interiore, dalle farfalle nello stomaco. Un po’ come quando ti innamori. Allora comprendi che ti stai emozionando, che qualcosa, un punctum, ti ha colpito per una ragione senza rendertene conto in quell’istante, ma senti che quell’immagine devi prenderla, anche perché il più delle volte ti viene offerta, regalata. Tu sei lì, il “mestiere” fa il resto, ovvero le capacità tecniche, estetiche che hai ormai interiorizzato da tempo, e a cui non devi più pensare perché ti aiutano automaticamente a sapere come devi catturare quel momento, non puoi perdere l’attimo, lo racchiudi nel mirino, trattieni il respiro e lo fai tuo. Preferisco scattare in questo modo, solo quando lo scatto lo sento, piuttosto che in maniera compulsiva, facendo tante foto per poi andare a pescare quella buona. E’ solo il mio tipo di approccio, tra i tanti possibili.

Il tuo progetto Sulla soglia rievoca luoghi antichi e persone di paese. Un limite separa la gente dall’anonimato e dall’indifferenza: l’uscio di casa. Il progresso ha quasi cancellato il ricordo di quei piccoli borghi in cui un tempo si stava seduti tranquillamente davanti alla porta a chiacchierare con i dirimpettai. Eppure ancora oggi esistono, soprattutto nell’Italia meridionale, dei posti così. Spiegaci il tuo punto di vista.

carmelo-eramo_LOSTESSOPOSTO1
carmelo-eramo_LOSTESSOPOSTO4
carmelo-eramo_LOSTESSOPOSTO6
carmelo-eramo_LOSTESSOPOSTO7
carmelo-eramo_LOSTESSOPOSTO10
carmelo-eramo_LOSTESSOPOSTO12
carmelo-eramo_LOSTESSOPOSTO15
carmelo-eramo_LOSTESSOPOSTO16b
carmelo-eramo_LOSTESSOPOSTO18
carmelo-eramo_LOSTESSOPOSTO21

Sulla soglia” mostra sostanzialmente un modo di vivere in cui io stesso sono cresciuto. L’ispirazione viene dalle lunghe serate e pomeriggi estivi seduti sull’uscio della casa dei miei nonni a parlare e stare insieme. Amo raccontare questi momenti, queste scene, che ancora esistono ma che vanno scomparendo. Momenti minori, apparentemente marginali, o dalle nostre parti così consueti che non ci facciamo più caso, attimi che passano inosservati, ma che per me racchiudono un mondo, oltre che ricordi di attimi perduti, che forse cerco di recuperare. Ma questa credo sia una costante della mia ricerca fotografica, che è sempre anche ricerca di me stesso.

Bianco e nero o colore? Le scelte fotografiche sono soggettive per ogni artista. Le tue raccolte sono prevalentemente in B/N. Come sei arrivato a questa visione monocromatica e dove vedi, invece, il colore?

Decisamente bianconero. E’ così che la vedo la realtà che fotografo, è così che riesco ad esprimermi meglio. Il bianco e nero è astrazione, simbolismo, il colore mi tiene legato alla realtà, al luogo, alle cose. Il bianconero mi permette di svincolarmi dai riferimenti al reale per trascenderlo e proiettarmi sul piano di una condizione esistenziale e di una dimensione più interiore e introspettiva. Lo trovo più evocativo, e, in quanto tale, più congeniale con il mio modo di vedere e scattare, nonché con le tonalità emotive che vorrei si percepissero dalle mie immagini. Bianconere sono, inoltre, le foto dei maestri che sono stati i miei punti di riferimento, che hanno influenzato la mia visione e che continuano ad ispirarmi.  Questo, credo, sia essenzialmente alla base della mia scelta iniziale di usare il bianconero, che poi è diventato il linguaggio più consono alla mia espressione, anche se mi piace sperimentare con il colore, ma non lo trovo affine alle mie corde, almeno per ora.

Il tuo lavoro Prima che tutto sia perduto è uno stupendo portfolio che mette in evidenza momenti di vita della gente della tua terra, la Puglia, e non solo. Ritratti nitidi, scene del quotidiano, bimbi che giocano serenamente nei vicoli delle strade. Prima che tutto questo passi vuoi parlarcene?

carmelo eramo 01
carmelo eramo 02
carmelo eramo 04
carmelo eramo 06
carmelo eramo 07
carmelo eramo 11
carmelo eramo 22
carmelo eramo 24
carmelo eramo 28
carmelo eramo 29

Sono ritornato alla fotografia dopo diversi anni in cui l’avevo messa da parte. Ho comprato la mia prima fotocamera digitale e ho cominciato a girovagare per i paesi della mia terra, non solo in Puglia, dove vivo, ma anche nella vicinissima Lucania che ho imparato a scoprire, proprio grazie alla fotografia, e me ne sono innamorato. E’ stato uno scoprire/riscoprire questi luoghi e queste realtà, su cui ho iniziato a prendere appunti fotografici come in un diario di viaggio, per poi rendermi conto progressivamente che stava diventando qualcosa di più. In quest’ottica di ricerca ho continuato a portare avanti questo progetto a lungo termine, e tutt’ora continuo.

E’ un raccogliere momenti, scene, atmosfere, ma anche ricordi, visioni di un sud reale ma, forse, soprattutto interiore, un sud dell’anima, fatto di strade e volti, quanto di sensazioni ed emozioni. Si tratta anche del tentativo di custodire alcuni istanti, catturare momenti di vita quotidiana, espressioni, gesti, storie, e provare e sottrarli allo scorrere del tempo, a salvarli, così da tornare all’essenzialità e alle radici. Scriveva Eliot che “non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta”.

Quale progetto hai attualmente in cantiere?

Il progetto di cui parlavo prima è sempre in corso. Inoltre, voglio continuare a raccontare il sud attraverso delle immagini-storie, degli scatti singoli, ritratti di gente che ho incontrato e da cui ho “prelevato” dei frammenti di esistenza e di luoghi, fotografie che condensano una storia in una sola immagine, dove è il soggetto a raccontare anche solo silenziosamente. Ho intenzione di dedicargli molto tempo, come è giusto che sia. Sto, infine, lavorando a dei reportage e a delle storie particolari, ma è prematuro anticipare di più. La fotografia di strada, naturalmente, è l’esercizio costante che mi accompagna ogni giorno e non potrei farne a meno. E’ il mio modo di tenere traccia della mia vita quotidiana, di scrivere le pagine del mio diario, fatto di luci e di ombre.

Caterina M. Licciardello
PLS Magazine