“City of glass”, in viaggio nella città di vetro con Michele De Punzio.

Viaggio nella Città di vetro, incontro tra realtà e immaginazione: “City of glass”, il progetto fotografico di Michele De Punzio.

New York, caotica metropoli, in cui si vive in preda ad una vita frenetica. Dalle prime luci dell’alba, la routine quotidiana accompagna la gente sino a notte fonda. Volti segnati dall’inquietudine, ritratti senza identità, avvolti dal freddo di un qualunque inverno americano. Per strada, le persone passano indifferenti, ma quella donna con lo sguardo perso nel  vuoto o quei giovani che camminano frettolosamente, affannandosi per arrivare chissà dove, cosa pensano veramente? Come vivono, cosa li preoccupa? E’ realtà o immaginazione?

Non stiamo raccontando la trama di uno spin-off statunitense di successo e neppure l’incipit di un racconto americano, però il confine tra la vita reale e l’immaginario collettivo è estremamente sottile, nella cinematografia così come nell’arte visiva. La fotografia ne è la degna regina esprimendo a pieno titolo le emozioni, i sentimenti e i misteri che i volti, i luoghi e lo spirito del tempo, vogliono trasmetterci attraverso le immagini. Questo è ciò che accade osservando una, due e più volte, City of glass, il portfolio realizzato dal fotografo romano Michele De Punzio, classe ’86.

Il suo background affonda le radici proprio nel cinema, materia che studia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma. Il passaggio dal cinema alla fotografia avviene spontaneamente: le immagini proiettate durante le lezioni di “Analisi del film” lo ipnotizzano, le ombre dell’espressionismo tedesco lo fanno appassionare all’uso della luce, i primi e i primissimi piani cinematografici lo spingono verso la fotografia ritrattistica, genere che predilige. Nel 2010 si diploma in fotografia. Due anni dopo realizza America’s Fun, una particolare serie di scatti che ritrae gente italiana con la passione per la cultura americana. Parallelamente, realizza My motionless havoc, e Veins in cui tramuta il suo stato d’animo in immagini di una delicatezza silenziosa e, infine, si sofferma a raccontare i luoghi e la vita delle persone che li abitano: si tratta del progetto City of Glass, una raccolta fotografica eccezionale dedicata a New York. Collabora con svariati attori come fotografo ritrattista quando, nel 2014, inizia la sua esperienza come insegnante di fotografia nelle scuole superiori.

Michele, quando hai capito che la fotografia era già dentro di te?

Inconsciamente la fotografia è sempre stata parte di me: da bambino giocavo con le macchine fotografiche di mio padre. Sul piano razionale, posso dire che l’idea della fotografia e l’interesse per le immagini, sono nati e maturati studiando cinematografia e fotografia all’università. Maestri del cinema, come Lang, Welles, Kubrick, Hitchcock, Antonioni, Lynch e molti altri, mi hanno dato e continuano a darmi tantissimo quotidianamente. Libri come La Camera Chiara di Roland Barthes e Sulla Fotografia di Susan Sontag, sono stati indispensabili per la mia formazione. Ero così interessato al cinema e alla fotografia che dopo aver dato ogni esame sulla materia ho deciso di lasciare l’università e approfondire frequentando una scuola a Roma. Terminati gli studi ho avuto la fortuna di conoscere Graziano Panfili, con cui ho iniziato a capire come funziona il lavoro da un punto di vista progettuale.

La progettualità è fondamentale: ogni lavoro dev’essere ideato, visualizzato mentalmente e, infine, realizzato.

Quale viaggio (fisico o metafisico) è stato per te folgorante dal punto di vista fotografico e umano?

La vita, la quotidianità, il perdersi nel nulla soltanto perché affascinato da figure, forme, persone, luci e ombre: questo è il viaggio fisico e metafisico più bello e importante per me.

Parliamo di City of Glass, l’incontro tra realtà e immaginazione: una megalopoli come New York, volti impressi in maniera eccellente a ricordare fotogrammi di film americani, scene di vita che entrano silenziosamente nell’anima, un mondo che rimane avvolto nel mistero. Come nasce questo progetto?

Nel Dicembre 2013 sono andato in vacanza a New York con la mia famiglia per sei giorni. Da subito ho avuto la sensazione che la città non fosse quella che avevo visto e rivisto al cinema, si discostava completamente da ciò che l’immaginario collettivo aveva impresso nella mia mente. New York a Dicembre, New York a Natale, felicità, colori, canzoni. Tutt’altro: alienazione, solitudine, freddo che arriva fino al cuore.

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Così, dopo aver iniziato a provare queste forti emozioni estranianti, ho cominciato a scattare delle fotografie. Al mio ritorno in Italia ho analizzato a livello conscio e razionale la mia esperienza, New York mi aveva conquistato e allo stesso tempo turbato.

Ma turbato come? E soprattutto, se mi era così familiare, perché?

Sono andato a rispolverare il concetto del perturbante in Freud, correlato all’analisi del film Shining di Kubrick: “Il Perturbante è qualcosa a noi famigliare ma che allo stesso tempo ci spaventa”. Ecco, forse ci siamo, New York è il perturbante, la città dei miei sogni e il suo lato oscuro. Ma non mi bastava e così ho iniziato a leggere libri di letteratura su NY e, in Trilogia di New York – Città di Vetro di Paul Auster, ho trovato alcune risposte ai miei interrogativi.

Il protagonista del racconto è uno scrittore che lavora sotto pseudonimo. Una notte squilla il telefono, lui risponde ma è scambiato per un detective. Decide di stare al gioco ma facendo ciò perde la sua identità, la sua casa, il suo Io, tutto.

In un certo senso, mi sentivo un po’ come il protagonista del libro, un fotografo errante alla ricerca di se stesso e di una città che è un labirinto di passi senza fine”, come dice Auster. Dopo varie letture e prese di coscienza, nel 2015 sono tornato a New York da solo per quindici giorni e ho portato avanti City of Glass.

Un altro lavoro particolarmente interessante è My motionless Havoc: immagini in bianco e nero che attraggono immediatamente per la fluidità e la delicatezza, forme indefinite abbracciate da giochi di luci e ombre. L’apparente Caos lascia immobili gli occhi dell’osservatore ipnotizzato dal susseguirsi delle fotografie. Cosa vede Michele De Punzio restando immobile nel caos?

Restando immobile nel caos ho capito che la vita non morde e che basta poco per superare le paure e le difficoltà; osservare, fotografare, vivere è il mio mantra, il mio equilibrio.

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Un’anticipazione sul tuo prossimo portfolio?

Sto dedicando molto tempo ai progetti di altri fotografi; trovo interessante lavorare insieme nella fase di editing.

Inoltre, con Piero Percoco stiamo curando The Photographic Doubt, una pagina Instagram nella quale ogni mese lanciamo un tema che ha come punto di partenza una fotografia realizzata da noi. Per quanto riguarda il prossimo portfolio, posso soltanto dirvi che amo Roma e sto scattando parecchio in città.

Caterina M. Licciardello