Enrico Doria

Osservare con lo spirito del fotografo è un viaggio nel mondo delle arti visive.

Cos’hanno in comune un fotografo e un biologo? La passione, l’osservazione, la ricerca. Se a questi elementi si aggiungono il viaggio, che non è solo movimento ma anche percorso interiore, e un mezzo fotografico con un nome femminile, il filo di Holga (parafrasando il mito di Arianna) ci conduce nel labirinto della camera chiara del personaggio intervistato. Porta il cognome del celeberrimo ammiraglio che ha dato i natali ad uno storico transatlantico: parliamo di Enrico Doria, fotografo e biologo siciliano.

I suoi progetti scattati con la classica Holga, in pellicola, evocano ricordi perduti nella memoria. Paesaggi e mutamenti, come in Esprits e in Paysages avant-dernier au fond, sono delle straordinarie “tele fotografiche d’artista” che muovono la coscienza dell’osservatore. I portfolio dedicati al Sudafrica, diversamenti strutturati, evidenziano la cifra stilistica del fotografo che si cimenta costantemente tra arte visiva e reportage. Alcuni dei lavori di Enrico Doria sono stati pubblicati su Witness Journal, Potpourri, POSI+TIVE Magazine, Fotocult, EV Magazine, Senzarespiro Magazine, Shots Magazine, e su alcune testate italiane come “Il Giornale” e “La Stampa”. Inoltre, una delle sue fotografie è stata scelta come cover del libro “Allunaggio di un immigrato innamorato”, edito da Besa nella collana Cosmografie, dello scrittore rumeno Mihai Mircea Butcovan. Infine, diversi suoi scatti sono stati esposti a Milano presso la galleria Spaziofarini6.

Enrico, parlaci brevemente dell’episodio che ti ha fatto seguire la “strada fotografica”.

Non credo ci sia stato un momento esatto in cui ho preso una decisione simile. Ho amato sin da piccolo la forza delle immagini, sia fotografiche che cinematografiche. Poi, naturalmente, la mia evoluzione, attraversando anche piccoli periodi di personale “tormento”, ha fatto della fotografia il mio strumento espressivo prediletto, utilizzato, a mio avviso, per riempire il vuoto che ognuno di noi in fondo sente dentro. La fotografia mi aiuta fondamentalmente a ricordare chi sono.

Si legge sul tuo sito che sei anche appassionato di biologia. Qual è il filo conduttore che lega il tuo interesse per la fotografia al mondo della natura?

Ho pensato tante volte a questo possibile filo e arrivo alla conclusione che non c’è nessun collegamento diretto ma senza dubbio la biologia, cosi come la fotografia, ha alla base l’osservazione. Nel primo caso, degli eventi naturali, anche se molte volte “invisibili”; nel secondo, del mondo circostante e delle sue sfaccettature. La fotografia è un collegamento tra il proprio modo di pensare la realtà e quello che esiste veramente. Anche nella biologia, spesso, si tratta di fare emergere tutti quelle connessioni che intercorrono tra molti aspetti della vita, o meccanismi di essa che solitamente si fa fatica a immaginare. Quindi, possiamo dire che ho alle spalle una sorta di “allenamento” all’osservazione, e al di là di questo, il lato fotografico, piu emotivo talvolta, serve semplicemente a bilanciare l’altro lato, quello più razionale.

Un tuo progetto che mi ha particolarmente colpito è “Paysage avant-dernier au fond”, a mio avviso, una rappresentazione suggestiva di paesaggi che sfumano alla vista come ricordi impressi nella memoria, un effetto delicato di ciò che rimane nella mente dopo aver visitato un luogo o, ancora, potremmo dire, un posto che è esistenza umana. Puoi spiegarci il tuo punto di vista e perché penultimo (avant-dernier)?

Vorrei dire innanzitutto che questo progetto è stato realizzato con un’altra fotografa, Maria Cardamone, l’unica persona con la quale avrei potuto mettere in atto un simile lavoro che per me non è stato solo fotografico, ma si è trattato di una condivisione più ampia. Il mio paesaggio è passato anche attraverso di lei, come un prisma che ne ha scisso la sua luce e che poi ho raccolto con la mia Holga.

enrico doria 3
enrico doria 1
enrico doria 2
enrico doria 4
enrico-doria-7
enrico-doria-5
enrico-doria-6
enrico-doria-8
enrico-doria-10
enrico-doria-11
enrico-doria-12
enrico-doria-13
enrico-doria-14
enrico-doria-9
enrico-doria-16
enrico-doria-17
enrico-doria-18
enrico-doria-15

Il progetto, tutto in pellicola, rappresenta un intimistico viaggio nelle emozioni; così ogni immagine diventa un’estensione della memoria verso un confuso passato o un incerto futuro. A questo, si aggiungono piccoli particolari, richiami di vita e attimi fuori dal tempo. In tal modo il paesaggio non va considerato più come qualcosa di fermo e stabile, ma un luogo in movimento che si trasforma facendo emergere il suo rapporto col tempo. Quindi è penultimo perché il paesaggio viene continuamente riscritto, non è mai definitivo. E’ indissolubilmente legato alla coscienza e alla storia personale di chi l’osserva.

Hai realizzato alcuni portfolio dedicati al Sudafrica. Ritratti, scene di vita, territori che hanno una matrice comune: una terra mistica, affascinante, talvolta insidiosa con differenti tradizioni culturali da una città all’altra. Cosa ti ha colpito di questi luoghi?

Si, il Sudafrica è davvero un paese molto affascinante. In realtà è un paese diverso da quello che ci si potrebbe aspettare parlando comunemente di Africa: è pieno di contraddizioni e racchiude tantissime anime all’interno di un solo Paese. Questo lo rende meravigliosamente vario e “arcobaleno”, come loro stessi amano far notare, ma dall’altra parte sono evidenti le tensioni sociali e “razziali”. Uso quest’ultima parola ma non mi piace per nulla. Serve semplicemente per rendere l’idea della diversità etnica e culturale che risiede in Sudafrica e che, anche a più di 20 anni dalla fine del regime dell’apartheid, risulta ancora troppo evidente. Occorrerà ancora del tempo e qualche altra generazione per superare la diversità razziale. E’ vero, comunque, che passando da una regione all’altra si possono osservare scorci totalmente differenti: alcuni richiamano vagamente l’Europa o gli USA (come a Cape Town e nelle zone limitrofe o a Durban per esempio), altre, invece, restano tipicamente africane o sudafricane. I miei lavori in Sudafrica hanno quindi spaziato dal reportage, per documentare e descrivere queste differenze sociali e culturali dando un’idea di cosa possano essere certi frammenti di questo paese, al progetto più personale e intimistico, usando la “solita” Holga.

L’ultimo tuo lavoro su questo particolare tema del Sudafrica è Just a small town. Il progetto mette in luce il paese di Kuruman con un reportage di momenti del quotidiano dove la gente del luogo vive nella speranza di un cambiamento. Quali sfumature hanno visto gli occhi del fotografo?

Questo lavoro rappresenta solo un piccolo affresco di ciò che si può trovare in determinate aree periferiche sudafricane. Sono finito lì quasi per caso, conoscendo alcune persone che vivevano in quei territori. Ho pensato di raccontare la vita degli abitanti di questa piccola città dello stato del North West che ruota attorno alle miniere. Un luogo simbolo del Sudafrica, insomma, dove le ferite dell’apartheid sono ancora totalmente aperte, poiché, in sostanza, lì non è mai finito davvero. Sono rimasto innanzitutto colpito da come la gente osservava me, bianco e straniero, che ha messo piede in una township di neri e che si è fermato lì per qualche giorno. Davvero incredibile la sensazione di “estraneità” che ho provato! E poi il senso di imbarazzo: sentirmi così diverso, in fondo per nessun motivo, se non quello del colore della pelle. Ho parlato con parecchie persone del villaggio che alla fine si sono dimostrate accoglienti e quasi grate per aver fatto quello che nessun altro “bianco” locale si sogna di fare: entrare in una township e parlare con la gente che vive lì, osservare quello che può esserci attorno alla città abitata dagli afrikaneers. Sono ancora troppo forti i contrasti e il razzismo in certe aree del paese! In questo lavoro, però, mi premeva mostrare il senso di disillusione delle persone che da troppo tempo vivono in un luogo simile, un territorio che non offre nulla se non alcool e qualche altro vizio.

Quale paese vorresti visitare per coglierne dei frammenti fotografici?

Sono troppi da elencare. Mi piacerebbe raccontare qualcosa ancora dell’Africa e anche del Sudamerica. In realtà aspetto sempre che sia la storia a trovare me. Il mio concetto di fotografia resta comunque quello della fotografia da strada, da aria aperta anche se poi può essere contestualizzata in un racconto che incontro soltanto camminando e osservando.

Il tuo prossimo progetto, se vuoi svelarci altre tracce di te.

So troppo poco di me e di quello che farò, anche a breve termine, come biologo (che poi è la mia occupazione principale), per potere definire il prossimo progetto. Sicuramente sarà legato al luogo in cui mi troverò.

Caterina M. Licciardello
PLS Magazine