Esther Amrein


Quando la fotografia entra nella vita dell’artista si sviluppa un dialogo silenzioso, dove lo spazio, tra soggetto e oggetto, si annulla per far posto all’emozione, al “sentire”, all’essere l’uno parte dell’altro.

Vivere empaticamente la fotografia: questa è la chiave di lettura di Esther Amrein, fotografa svizzera che abita e lavora a Firenze. Nasce il 7 settembre 1969 quando, ancora in fasce, arriva in Italia. La spiccata sensibilità, il suo amore per gli animali, in particolar modo per i cani, e la passione per la fotografia sono gli ingredienti essenziali della sua vita. Attraverso le immagini cattura le emozioni che prova, trasmettendo al pubblico l’immediata empatia con il soggetto fotografato.

 

Esther, sei nata in Svizzera, ma vivi a Firenze. Puoi raccontarci brevemente come sei arrivata in Italia e quando hai cominciato a fotografare?

Sono arrivata in Italia quando avevo appena due mesi. Mio padre aveva deciso di lavorare come insegnante di una scuola svizzera all’estero. La scelta era tra Rio e Firenze e alla fine siamo arrivati qui. Il mio papà possedeva una Contaflex con la quale aveva immortalato l’infanzia di noi figli. Crescendo l’ha regalata a me e devo dire che la uso con un piacere particolare per l’effetto che mi fa la pellicola: si scatta con più attenzione, come se fosse un raro tesoro, direi, unico.

Quando è arrivato il mio primo cane, decisi di comprare la prima digitale, una compattina della Canon. I cani sono soggetti difficili da fotografare, specialmente se cuccioli e vivaci. Questo mi ha spinto ad approfondire un po’ di più la fotografia e la tecnica. Così, qualche anno fa, più o meno nel 2011, ho acquistato la mia Reflex, sempre Canon, e ho partecipato ad alcuni corsi specifici. Ho ancora molto da imparare, la mia tecnica è tutto fuorché perfetta, la mia cultura fotografica è da arricchire e l’esperienza pure, ma come in tutte le cose, se c’è determinazione e voglia di migliorarsi si può raggiungere un livello di alta qualità. Non sentirsi mai arrivati è un buon modo per continuare a crescere, in tutte le cose.

 



Visto che sei un’appassionata di cani ci parli della tua relazione con questi fedeli amici?

Il mio rapporto con i cani è molto di più che una passione: con loro vivo e lavoro. Ho quattro dolcissimi cani e, grazie a loro, mi occupo di Pet Therapy, gli interventi assistiti per coadiuvare il rapporto tra paziente, animale e medico. Inoltre, mi dedico all’educazione e rieducazione dei cani degli altri utilizzando tecniche legate all’apprendimento organico che fanno leva sulla stretta relazione tra mente e corpo. Imparare a conoscere questi preziosi amici e, soprattutto, comunicare con loro al di là della parola, mi ha permesso di approfondire molti aspetti delle relazioni tra individui. I cani aiutano ad esternare le emozioni creando un contatto empatico con gli altri. In un certo senso, posso dire che hanno fortemente influenzato il mio modo di fare fotografia, anche quando non sono loro il soggetto dei miei scatti. Da loro ho ricevuto molto più di quanto ho dato.

 

Parliamo adesso del reportage presentato ad Orvieto Fotografia 2015. Si tratta di “Vite dipendenti”, un progetto che racconta scene di vita di una residenza per malati di Alzheimer. Osservando le fotografie traspare la tua grande sensibilità mettendo a fuoco dei momenti straordinari vissuti in un contesto limitante come quello delle case di cura e di riposo. Ci puoi spiegare cosa hai provato trovandoti lì?

Tra le tante cose di cui mi occupo, lavoro part-time nella casa di riposo dove ho realizzato gli scatti per Orvieto. In quel luogo mi sento a casa. Poche cose riempiono il cuore come la gratitudine manifestata dalle persone anziane, anche solo per un gesto o una parola donata. Con loro mi sento in sintonia: sono felice della loro serenità e soffro per le loro difficoltà. L’empatia mi guida sia nella relazione con i cani che in quella con gli anziani. Con questo lavoro ho voluto sottolineare il fatto che la qualità di vita degli anziani, in particolare di quelli che vivono in una struttura in condizione di non autosufficienza, dipende in gran parte da chi si prende cura di loro e dai soldi che vengono investiti. Le politiche sociali continuano a fare tagli su tagli, specialmente nell’ambito dell’assistenza agli anziani. Ciò significa tagliare la possibilità di vivere pienamente, garantendone soltanto la sopravvivenza. Sono persone che, anche se limitate nelle loro capacità, quindi “dipendenti”, hanno diritto a una vita dignitosa, qualità che tutti desideriamo per noi stessi e per i nostri cari. Loro sono il nostro passato, la nostra storia, i cari di qualcuno, e noi abbiamo il compito di accompagnarli e salutarli con cura e con rispetto.  

 

Puoi raccontarci la tua esperienza di Orvieto 2015?

Potervi partecipare è stato per me motivo di grande soddisfazione. Ammirando anche i lavori degli altri colleghi, mi sono sentita onorata di essere stata lì. A mio avviso si tratta di una manifestazione fotografica di alto livello.

 

 Quanto è importante per Esther il connubio tra fotografo e soggetto fotografato?

Importantissimo. Per me la fotografia è comunicazione. Con lo scatto cerco di cogliere un’espressione, una postura, un movimento, uno sguardo, l’impressione che rimane nel tempo, cosi come l’emozione. “Ascolto” l’altro e, in ogni caso, osservo tutto ciò che mi circonda, per poter raccontare una storia a chi ha voglia di “sentire” attraverso le mie immagini. Almeno questo è quello che desidero trasmettere, la linea guida della mia continua ricerca.

 

Parlaci dei tuoi nuovi progetti.

Sto ultimando un progetto autobiografico che m’impegna molto soprattutto emotivamente. Inoltre, ho in cantiere un lavoro sull’omosessualità maschile, da un punto di vista letterario, e sto lavorando insieme ad un collega a tre progetti sul tema della marginalità. Forse ho più idee in mente che tempo a disposizione per realizzarle. La mia vita è così: la fotografia, i cani, il prossimo e tanto desiderio di fare.

 

Quali sono i tuoi artisti preferiti?

Ce ne sono tanti meritevoli di attenzione ma se devo citarne alcuni, tra i miei preferiti metterei la Woodmann, Sieff, Gardin, Giacomelli e non posso dimenticare Erwitt, per i suoi scatti sui cani, anche se sono molto diversi da come li fotografo io.

 

La frase in cui t’identifichi?

Pensa semplice e capirai il tuo cane, e aggiungerei, non solo il tuo cane!

Caterina Licciardello Press Office PLS Art Magazine all rights reserved