Fabio Moscatelli


Siamo in Italia, nel cuore della capitale ed è proprio qui che gli occhi mettono a fuoco una nuova immagine, documentata da emozioni moltiplicate nel tempo con appunti di viaggio che hanno fotografato l’anima del mondo. Il nostro obiettivo incrocia quest’oggi lo sguardo di un altro protagonista della rubrica Storytelling. Si tratta di Fabio Moscatelli, fotografo romano il quale, senza scadere nella spettacolarizzazione, riesce a donare al pubblico una visione più intensa di quella delicata realtà che dorme dietro l’angolo, nella speranza di risvegliare la linfa vitale che nutre la forma.

Fabio Moscatelli nasce a Roma, il 6 luglio 1974 dove vive e lavora per la maggior parte del tempo. Inizia a fotografare a 25 anni come assistente di studio e cerimonia per approdare in seguito alla fotografia di reportage sociale ed etnologico. Studia presso la Scuola Romana di Fotografia che gli riconosce nel 2012 una borsa di studio per un Master di Reportage grazie al progetto “Fronte del Porto“. Vincitore del Concorso National Geographic nella categoria Ritratti del 2013, nel 2014 partecipa alla realizzazione della campagna fotografica “Chiedilo a Loroper la CEI e, nello stesso anno, vince il Moscow International Foto Awards nella sezione Book-Documentary. Le sue fotografie sono state pubblicate su svariate riviste di settore: Lens Culture, Phom Magazine, Shoot Magazine, Private International Review Of Photography, L’œil de la photographie, The Post Internazionale e Gup Magazine. Persona di grande talento, Fabio è un fotografo particolarmente sensibile verso quell’aspetto dell’esistenza che viene considerato “diverso” in cui il destino e le coincidenze fortuite hanno dettato le dure regole della vita. Infatti in Sleep of no dreaming e in Gioele – Quaderno del tempo libero, le immagini guidano il cuore e la mente in una meditazione singolare dove accade un incontro visivo e compenetrato con il proprio Sé, quello che ci permette di non dimenticare mai che, alla resa dei conti, siamo tutti, indistintamente, comuni mortali “diversamente umani”. Oltre alla fotografia, è appassionato di musica, un accompagnamento quotidiano che spazia dal progressive al metal, passando per il jazz. Una fonte di nutrimento per la sua arte come ci confida in maniera semplice e naturale: “Senza la musica non posso davvero stare”.

Fronte del porto

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Fabio, quando hai capito che volevi diventare un fotografo?

Come molti, ho iniziato fotografando in viaggio con l’idea di portare a casa la bella cartolina o la foto ricordo da mostrare agli amici finché tutto questo mi lasciò un vuoto anzi cominciava a starmi stretto senza darmi alcuna soddisfazione. Sentivo che quel tipo di fotografia non mi apparteneva.

Nacque così il bisogno di utilizzare questo strumento per esprimere me stesso, ma soprattutto come veicolo di conoscenza. Forse in maniera anche un po’ incosciente, mi recai nell’edificio dell’ex ambasciata somala di Roma, dove sapevo che avevano trovato rifugio molte persone fuggite da quella ventennale guerra civile. Venni accolto benissimo e così potei realizzare il mio primo reportage. A quel punto l’esigenza del racconto tramite immagini si è fatta sempre più forte sino a quasi trasformarsi in una vera e propria necessità. 

Arriving somewhere but not here

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Quanto è importante il contenuto e quanto la forma?

Credo che nel reportage la priorità vada sempre data al contenuto, anche se questo non significa che la forma non abbia la sua parte. Guardo spesso le fotografie cercando di “spogliarle” della loro estetica per poter osservare ciò che rimane. E’ un esercizio complicato ma estremamente utile. Ormai da tempo non seguo regole precise, scatto in maniera totalmente libera: è il mio modo di esprimermi. Al di là di quel che cerco di raccontare, in ogni fotografia c’è una parte di me. Mi è stato insegnato a considerare foto buone, piuttosto che belle foto e la differenza non consiste solo nell’aggettivo.

Cos’è per te l’istinto fotografico e come si sviluppa?

E’ un talento che molti hanno dentro. C’è chi riesce a farlo emergere e chi ha la sfortuna di non accorgersene. L’istinto non te lo insegna nessuno, puoi rafforzarlo, ma non impararlo; certo, si può invece sviluppare. Il modo più semplice per farlo crescere è quello di studiare ogni giorno, dedicarsi alla ricerca fotografica, degli autori e dei loro lavori. Guardare, osservare, studiare, senza però emulare. Sarebbe un grave errore. Bisogna essere in grado di affinare il proprio linguaggio; ci vuole tempo e pazienza ma ne vale la pena. E’ una grande soddisfazione soprattutto quando una foto viene immediatamente associata al proprio artefice.

Come nasce un tuo reportage?

In maniera del tutto casuale e, in particolar modo, per il desiderio di approfondire tematiche di cui sono ignorante. Per questo motivo considero il mezzo fotografico un potente strumento.

Mi guardo intorno con occhi attenti e curiosi; mi rendo conto di essere cambiato nel corso degli anni, di avere una vista più matura. Sono molto preso da quello che mi circonda, perché credo che la buona storia possa nascondersi anche a pochi metri da casa. Infatti, uno dei miei ultimi lavori, The Right Place, è stato realizzato a qualche centinaio di metri dal quartiere dove abito.

Il tuo progetto “Sleep of no dreaming” è stato pure realizzato a Roma, questa volta presso Casa Iride: storie drammatiche ed intense che colpiscono gli occhi e l’anima del mondo. Si tratta di un centro d’accoglienza per ragazzi che vivono in stato vegetativo a causa di traumi neurologici dovuti ad incidenti stradali.

Come sei arrivato lì e qual è stato il primo episodio che ti ha spinto a testimoniare questa realtà? Puoi descriverci le tue emozioni, non solo fotografiche?

‘Sleep of no dreaming’ viene alla luce dopo un piccolo trauma personale. Mi era stato commissionato un reportage da una rivista che si occupa di disabilità per parlare di uno dei ragazzi, ospite di Casa Iride. Solitamente mi documento sul tema che vado ad affrontare, ma nell’occasione non ebbi tempo e modo. Mi trovai così catapultato in una realtà che, in principio, mi trovò totalmente impreparato e, in particolare, mi lasciò molto turbato. Non riuscivo nemmeno a sollevare la macchina fotografica; gradatamente presi coraggio ed iniziai a scattare ma con una finalità ben chiara in mente: volevo raccontare quella realtà in maniera completa, con il tempo che richiedeva effettivamente che non poteva di certo ridursi al documentare soltanto una singola giornata. Ne parlai con i responsabili della struttura e con i genitori dei ragazzi ricevendone subito i consensi: erano entusiasti del mio interessamento. Non volevo impietosire con immagini banali e scontate e soprattutto non amo spettacolarizzare sul dramma e sul dolore. Il mio intento era quello di informare, con quanta più delicatezza possibile, portando a conoscenza del mondo che sta fuori che non esiste solo il caso Englaro o Schumacher ma che ci sono pure queste persone, gente comune colpita fisicamente e negli affetti. Entro quest’anno spero di riuscire a pubblicare il libro i cui fondi andranno interamente devoluti all’Associazione Risveglio di cui Casa Iride fa parte. Le emozioni vissute sono state fortissime: rabbia e dolore, risa e gioie, e paradossalmente c’è tanta vita, quella che, magari, non ti aspetti. Non voglio argomentare su motivazioni pro o contro l’eutanasia, non è questa la sede adatta, ma prima di schierarsi, sarebbe utile capire veramente di che cosa si parla. 

Per me è tutt’ora un’esperienza umana unica. Continuo a frequentare Casa Iride, sono spesso ospite a cena; ho degli amici lì che hanno solo bisogno di un po’ di compagnia. 

Proprio pochi giorni fa uno dei ragazzi ci ha lasciato, una brutta infezione lo ha portato via. Il mio lavoro sarà dedicato a lui. Anche se per poco tempo, Gianluca mi ha dato moltissimo; non pensavo che un ragazzo in stato vegetativo potesse regalarmi un sorriso. Tanto basta per sentirmi fiero di aver fatto conoscere questa realtà al di là delle mura che accolgono questi giovani, una voce, seppur flebile.

Sleep of no dreaming

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Uno dei lavori che ti sta molto a cuore è Gioele, la storia di un bambino autistico di 11 anni che ama l’acqua e i cavalli e disegna animali misteriosi scrivendo poi sul suo quaderno delle fantastiche avventure. Cosa rappresenta Gioele per te?

Una scoperta straordinaria; Gioele è un mio grande amico, un figlio acquisito, il compagno di giochi di mia figlia, un bambino speciale. Insomma, tutto, fuorché un soggetto fotografico.

Circa un anno fa mi sono chiesto: cos’è l’autismo? Perché non approcciarlo con la fotografia?

E così è nata la collaborazione con Gioele, perché di questo si tratta, di una vera e propria collaborazione. Il libro che sto realizzando con l’aiuto di Doll’s Eye Reflex, Gioele – Il Quaderno del Tempo Libero, oltre a contenere le mie foto, sarà arricchito dagli scatti realizzati dallo stesso Gioele, dai suoi disegni e dai suoi scritti. Senza di lui tutto questo non sarebbe potuto accadere. 

E’ quasi passato un anno e non ho ancora una risposta alla domanda iniziale che mi posi, ma ho scoperto che è incredibile avere un amico così speciale e quando un bambino autistico, all’improvviso e senza apparente motivo, mi dice “ti voglio bene”, ti assicuro che regala un’emozione unica. Una delle sue foto l’ho accompagnata con una frase: “Passate il vostro tempo con questi bambini: sono preziosi”. Ecco, lo ribadisco.

Gioele

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Cosa vedi affacciandoti dalla tua finestra fotografica?

Una miriade di opportunità, di storie da raccontare, di persone interessanti e territori inesplorati; ognuno con la sua potenzialità espressiva, pronta a schiudersi agli occhi e al cuore di chi vorrà affrontarla.

Mi è rimasta sensibilmente impressa una tua composizione fotografica intitolata “L’ultima fermata”. Spiegacene il contenuto.

Se dovessi immaginarti alla fine del tuo viaggio chi vorresti incontrare all’ultima fermata e chi o cosa porteresti con te sino al termine?

“L’ultima fermata” la ritengo una tappa fondamentale del mio percorso fotografico inizialmente concepita quasi come una sfida, ma trasformatasi da subito in un desiderio: raccontare mio padre, scomparso quasi 20 anni fa, attraverso un viaggio interiore da riportare in immagini, nelle quali far rivivere poi quei ricordi, quelle emozioni e sensazioni, se non addirittura i profumi che mi legano ancora oggi al mio papà.

Non mi interessava la fruizione altrui, è un progetto egoista, per me stesso, per rivivere certe situazioni e dar modo a mia figlia di poter conoscere, seppur in una forma differente, quel nonno che fisicamente non potrà mai abbracciare. Forse la definizione giusta è questa: una fiaba per Syria, mia figlia.

E’ certamente un lavoro ermetico e personale, quasi psichedelico direi, di non semplice accesso; io ne ho le chiavi ma mi fa piacere che molti siano riusciti a compenetrarlo nonostante un linguaggio molto concettuale e, per certi versi, evocativo.

E’ stato un viaggio nostalgico e al tempo stesso meraviglioso. Alla fine, lo scopo che mi ero prefissato è reso manifesto totalmente e per quanto mi riguarda conta moltissimo anche perché credo che all’ultima fermata ho avuto modo, forse per un’ultima volta, di salutare mio padre.

Scendo da questo treno con un bagaglio colmo di eredità morale e insegnamenti di vita e ora che sono anch’io papà, spero di trasmetterlo a mia volta, fino alla prossima ultima fermata.

La vita è un ciclo. Ecco perché ‘L’ultima fermata’ si apre e si chiude con delle foto che parlano di lei: è un inno alla nostra esistenza e non alla nostra fine biologica.

Fabio, dopo questi personali appunti fotografici che lasci scritti nella nostra anima, quali lavori stai preparando?

Il mio interesse si è spostato su temi in cui posso esprimermi in maniera personale ed intima, abbandonando per ora il fotogiornalismo tradizionale, ma non ripudiandolo, ci mancherebbe.

Sto pensando di realizzare un progetto traendo spunto da un libricino della Yourcenar. Per ora è tutto in fase embrionale e poi sono concentrato soprattutto sulla realizzazione dei libri “Sleep of No Dreaming” e  “Gioele – Quaderno del tempo libero” ma come dicevo prima, lo spunto è dietro l’angolo e chissà che non si presenti già oggi, scendendo in strada.

Grazie a Fabio Moscatelli e alla sua sensibilità fotografica. Cogliendo il pensiero e la consonanza con la meditativa Marguerite Yourcenar mi piace concludere con una riflessione insieme ai lettori: durante il corso della vita capita di fare degli incontri con personaggi apparentemente senza alcuna connessione fra loro ed invece, come dice la scrittrice belga nel suo libro “Quoi? L’éternité”, si scopre che “sono collegati da linee così tenui che l’occhio fa fatica a seguirle, e che a volte pare si interrompano, altre volte si prolungano al di là della pagina”.

Caterina Licciardello
Press Office PLS Art Magazine