Francesco Faraci


Francesco Faraci, giovane fotoreporter palermitano sensibile alle sfumature che vivono di luce propria lungo le strade della sua terra, la Sicilia, nasce il 25 dicembre del 1983 e, giovanissimo, comincia a fotografare da perfetto autodidatta, sino a quando il suo occhio allenato e il suo cuore sempre aperto verso la gente lo spingono a prendere seriamente in mano la macchina fotografica. 

“Non amo le definizioni” – sostiene a spada tratta. Ad interessarlo particolarmente è il paradosso esistenziale: nascita e morte, dolore e gioia, solitudine nascosta dietro il vivere moderno, e ancora un’attenzione spiccata verso le minoranze, i bambini e le persone che pullulano nei quartieri disagiati delle varie città.

Trae ispirazione dalle sue stesse origini: la sicilianità, l’incrocio di culture diverse, il fascino geografico e la centralità di un’isola puramente mediterranea. A questi strumenti si aggiungono le testimonianze, a volte crudeli, seppur veritiere, di quel mondo attuale che solo un abile reporter riesce ad immortalare e che diventano una leva visiva per lo spettatore  spingendolo a porsi delle domande che, purtroppo frequentemente, non hanno risposte, ma stimolano alla riflessione sulla condizione esistenziale e il disagio del nostro Paese. Questo è il caso di “Malacarne”, uno dei tanti progetti, realizzato in un quartiere situato nel centro storico di Palermo, l’Albergheria, sede dei monumenti più caratteristici della città, come Palazzo Reale, dove però emerge una realtà contrastante in cui si trovano bambini e  ragazzi che giocano spensierati, forse ignari del modello di società che prenderanno dai più grandi, quelli che stanno “nel giro”, spacciatori, ladri, sbandati.

Secondo Francesco, la fotografia è un mezzo attraverso il quale è possibile diventare testimoni del proprio tempo. Ed è proprio questa sua voglia di lasciare un segno tangibile nella vita del nostro secolo che nel 2014 vince il primo premio al festival “Nuove Impressioni – impressioni di strada” con un reportage dal titolo “Cupe vampe” entrando a far parte dell’agenzia fotografica Controluce e ancora del gruppo Magma, un collettivo di tre fotografi impegnati a incentivare e divulgare il concetto di fotografia come prezioso elemento di cultura contemporanea attraverso iniziative di vario genere.

La fotografia documentaristica di Faraci passa da “Genesi del dolore” (marzo 2014), una veglia funebre della tradizione locale a “Joy” (aprile 2015), un reportage pieno di vitalità ed energia scattato in uno dei più grandi parchi di Barcellona in Spagna. Altri lavori molto significativi sono: “Impressioni indiane”, carico di forte religiosità tipica del mondo induista, progetto messo in opera nell’aprile di quest’anno sempre a Barcellona, per culminare con “Urban Change”, un’insieme di fotografie che puntano sul concetto di integrazione in una città come Palermo dove la presenza degli immigrati ha cambiato, in parte, quel tessuto urbano costruito in mezzo alle straordinarie bellezze artistiche palermitane.

I suoi lavori sono stati pubblicati da riviste italiane e straniere, avendo anche partecipato a mostre personali e collettive nazionali ed internazionali.

Dal 2015 collabora con il gruppo L’Espresso e infine con i mensili Combonifem ed  Erodoto108.

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francesco faraci joy
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francesco faraci cupe vampe
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Francesco, cosa ti ha spinto a cercare la tua arte nella street photography e nel sociale?

Quello che cerco non è arte. Nemmeno la street photography nel suo senso più stretto. Cerco di fuggire dalle definizioni quanto più possibile, perché potrebbe essere tutto, ma anche il suo contrario. Io non sono un artista. La mia è una rivolta interiore; è la voglia di non essere più straniero nella mia terra. Ho creduto nella politica, nelle grandi rivoluzioni, poi mi sono accorto che l’unica rivoluzione possibile è quella che comincia dentro di noi per estendersi verso il sociale. Parte dal basso. Qui interviene la fotografia: dar voce alla vita, mostrare, al di là del senso estetico, la realtà che ci circonda con la tendenza alla disgregazione che questo secolo si porta dietro. Fotografare è riflettere andando oltre le apparenze, combattere l’ipocrisia e l’indifferenza in maniera pacifica senza cercare consolazione o riposo. La fotografia è una forma di lotta: dal momento in cui si sceglie chi e cosa fotografare, diviene un atto politico, libero, anarchico. Non ho cominciato ricevendo in regalo una macchina fotografica o ereditando una passione, magari seguendo qualcuno. E’ arrivata durante un processo di profondo mutamento e l’ho accolta a braccia aperte. 

Come vivi la tua città, Palermo, sia come cittadino che come fotografo?

In realtà non c’è molta differenza fra la mia vita da cittadino e quella da fotografo, per un solo motivo: Io sono quello che faccio. Vivo appartato. La città ti dà la possibilità di essere invisibile, puoi vedere, osservare senza essere visto. E’ senz’altro un buon posto per nascondersi e allo stesso tempo essere dentro il suo movimento. Palermo è una città in grado di rapirti completamente. La amo e la odio, come tutti. 

 

Oltre ad essere un fotoreporter scrivi anche testi. Secondo te in che misura la scrittura e la fotografia possono essere testimoni del tuo viaggio esistenziale?

Questa è una domanda interessante. Da tempo mi interrogo su quanto la fotografia influenzi la scrittura e viceversa, ma non ho ancora trovato una risposta e forse il bello risiede proprio in questo. Spero di non trovarla mai. Entrambe concorrono, anche se in modi diversi, a mettere ordine nel caos. 

La fotografia deve parlare da sé, non deve essere spiegata. Può nascere un confronto, una critica ed è sempre un modo costruttivo, utile, anche se per me è impossibile definire con esattezza chi o che cosa mi porta a ritrarre un momento piuttosto che un altro. 

Scrivere, raccontare delle storie, invece, ha il sapore di una confessione. Dentro ci sono i miei dubbi, le mie paure e i rimpianti. C’è la terra in cui vivo, i suoi mali e le sue meraviglie, in ultimo le miei radici. 

Cerco di esserci sempre, non per narcisismo, ma per un bisogno. E’ un percorso di comprensione, di esorcismo e di rinascita. 

Quali sfumature cerchi dietro la tua macchina fotografica?

La macchina fotografica non è che un mezzo. Sei tu che devi usarla e non il contrario. Alla tecnica preferisco l’istinto. Alla perfetta composizione di un’immagine preferisco l’imperfezione dell’inquadratura purchè ci sia della sostanza e abbia qualcosa da dire. Nella realtà, la perfezione non esiste ma la fotografia, in qualche modo, deve provare a riflettere il caos, il disordine della vita quotidiana. Inoltre, non conta tanto la potenza del mezzo quanto l’essere più vicino possibile all’azione. Una buona fotografia dipende da quanto si è disposti a sporcarsi le mani e dalla capacità di entrare in un contesto facendosi accettare.

Malacarne è il progetto che ti sta più a cuore. Ci spieghi come lo hai realizzato e che impressioni hai avuto scattando per le strade dell’Albergheria?

Malacarne è un progetto senza fine. Parte da Palermo, dalle strade dell’Albergheria perché è lì che ho capito che nulla è mai come si vede. C’è sempre qualcosa oltre e una porta ne apre tante altre e via dicendo. Ci sono i bambini, quelli che la maggioranza etichetta facilmente come delinquenti, teppisti, buoni a nulla. Sono i ragazzi di vita di Pasolini, diffidenti, scontrosi, sospettosi e qualche volta anche violenti, ma con una gran voglia di riscatto e di qualcuno che li ascolti.

Al di là delle etichette, rimangono quello che sono in tutta la loro umanità e dolcezza. Non sono che bambini e fotografandoli m’illudo di poterlo dimostrare.

Naturalmente, demolire la loro diffidenza non è facile, richiede tempo ed empatia. Bisogna entrare in punta di piedi in quei luoghi e nelle loro vite. In definitiva, bisogna essere ciò che si vuole ritrarre senza tuttavia snaturarsi o cedere ai compromessi. Non è un calcolo scientifico e nemmeno un metodo, ma solo il mio modo di affrontare la realtà. 

Un aspetto da non sottovalutare e, forse, un po’ banale, è questo: quando fotografo i bambini sono felice, e loro con me. 

Per niente banale, caro Francesco. Il momento della gioia è essenziale in questa vita! E, in effetti, dalla tua fotografia traspare il dualismo emozionale. I contrasti dell’esistenza umana sono il tuo punto di forza come in Genesi del dolore o Joy, dove emergono in maniera prorompente i sentimenti che albergano in ognuno di noi e che ci accompagnano nel corso della vita. Cos’è per te il paradosso esistenziale?

Pur sapendo che non esiste materialmente un modo per farlo, desidero fermare il tempo: conservare, attraverso la fotografia, quei volti e quelle situazioni che nell’istante successivo saranno già cambiati. Si nasce, si cresce e poi si muore con l’ossessione di non avere abbastanza tempo. Ma cos’è poi? Chi lo ha inventato? Non è altro che una nostra percezione. Essere contro e a favore. Prendere posizione. Indignarci. Essere vivi e partecipare nel mondo è fondamentale. Abbiamo il dovere di combattere i mostri, affrontare i nostri dubbi e le paure, ma non possiamo chiudere gli occhi, essere ciechi o sordi mentre il resto sotto i nostri piedi si dissolve. Attendere gli eventi, poi agire.

Per concludere la nostra intervista ti confesso che osservando le tue fotografie mi hai fatto venire in mente un film a me molto caro, “La forza del campione” quando si parla delle tre regole di vita, ossia paradosso, ironia e cambiamento. La prima e la terza sono evidenti nella tua arte ma cos’è per te l’ironia?

E’ la capacità di non prendersi troppo sul serio, di fare autocritica e difendersi in qualche modo dalle aberrazioni della società per non esserne fagocitato. Se mi permetti, ti rispondo alla pirandelliana maniera, giusto per rimanere in tema d’ironia:

“Deve sapere, signora, che abbiamo tutti come tre corde di orologio in testa: La seria, la civile, la pazza. Soprattutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile; per cui sta qua, in mezzo alla fronte. Ci mangeremmo tutti, signora mia, l’un l’altro, come tanti cani arrabbiati. Non si può. Io mi mangerei  – per modo d’esempio – il signor Fifì. Non si può. E che faccio allora? Do una giratina così alla corda civile e gli vado innanzi con cera sorridente, la mano protesa: «Oh quanto m’è grato vedervi, caro il mio signor Fifì!». Capisce, signora? Ma può venire il momento che le acque s’intorbidano. E allora… allora io cerco, prima, di girare qua la corda seria, per chiarire, rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni, dire quattro e quattr’otto, senza tante storie, quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo, sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio”!. (da il berretto a sonagli).

Pirandello è tra i miei scrittori di riferimento! Grazie, Francesco, soprattutto per la tua partecipazione.

Visto che siamo sulla terza corda mi piace ricordare un pensiero di Elliott Erwitt che dice:Quando uno si ritrova di colpo in mezzo a estranei che blaterano in una lingua che non capisci, devi usare gli occhi. E cosa vedi? Vedi esseri umani comici, tristi, felici: esseri umani più o meno come te”. 

Al prossimo beginner e…mi raccomando, ascoltiamo con gli occhi osservando con il cuore!

Caterina Licciardello Press Office PLS visual art agency All rights reserved