Il suono di una valanga di Elisa Giuliano vincitore del contest “Family bonds I Legàmi” di PLS Magazine.| Romina Zanon

“Colui che lotta con i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”.

Queste parole di Nietzsche rappresentano il preludio letterario del progetto fotografico di Elisa Giuliano “Il suono di una valanga”, vincitore del contest “Family bonds I Legàmi” di PLS Magazine.

Le immagini intime ed emozionali di cui si compone il racconto costruiscono un percorso di autoanalisi attraverso i mostri più bui che hanno segnato la vita dell’autrice: la paura dell’abbandono, del futuro, del presente.

Da un lato il suo sguardo, dettato da un’intima urgenza d’introspezione, tratteggia gli aspetti più oscuri del suo percorso di vita, dall’altro il suo vedere spoglia questi ricordi del loro fine reale e vi aggiunge la possibilità di vedere altro, una trasfigurazione della memoria e della realtà.

Le immagini di Elisa Giuliano rappresentano, infatti, schegge di vita personale che vengono rese nuovamente vibranti grazie alla dimensione evocativa del suo vedere. Un vedere che travalica l’opacità di un passato spesso doloroso poiché proteso a dare forma a visioni fotografiche che equivalgono a un ri-conoscere, un riconoscere se stessa attraverso l’immagine visiva.

Ambigue, forti e poetiche, le sue fotografie creano così un insieme in cui coesistono, come in un ossimoro, dolore e speranza, luce e sofferenza.

Le immerge in un’aura spesso misteriosa, le apre a ricordi oscuri e tenaci; ogni sua immagine diviene così la manifestazione di un qualcosa che ci fugge e tocca, quasi fosse una presenza a tratti indecifrabile ed enigmatica.

Nelle fotografie dell’autrice si aprono dei varchi dai quali emergono visioni sempre diverse. Esse, infatti, sono al tempo stesso immagini della sua realtà e immagini del suo sguardo su quella realtà.

Uno sguardo che, come un fascio di luce, dipinge frammenti di una “valanga” di paure e dubbi, che attraverso l’astrazione del bianco e nero, diventano dimensioni altre e creazioni di una poetica intrisa di sensibilità visiva e consapevolezza narrativa. Uno sguardo libero, inebriato da una densa monocromia e da effetti di luce e ombra sempre nuovi, sempre inattesi e trasfiguranti.

La poetica che sottende il racconto non si limita al rispecchiamento del presente, né si blocca nella sua analisi, ma interroga in esso i segni della trasformazione e del cambiamento personale ripercorrendo vie che s’inoltrano tenaci nel passato, fino a ritrovare un intimo legame con Rosa, una prozia accomunata dalla stessa “valanga” di paure.

Le fotografie d’epoca di Rosa aprono e chiudono il racconto: la donna, poco più che ventenne, rimasta orfana di entrambi i genitori, dovette assicurare la salvezza e il benessere di tutti i fratelli minori, mettendo in secondo piano la propria felicità personale durante la Seconda Guerra Mondiale.

Di primo acchito, tali memorie visive sembrerebbero essere il luogo di una continua tensione, di una permanente contrapposizione tra ciò che porta l’esistenza della giovane autrice a spingersi in avanti e ciò che invece porta la sua esistenza a lasciarsi avvincere dal passato.

Ma, in realtà, non è così. Le immagini custodite nel privato del suo archivio di famiglia non sono semplicemente riprodotte come simboli di un destino comune in un quadro di continuità genealogica e familiare, bensì come traccia di uno sguardo fotografico libero che porta riflesse le immagini del proprio compiuto passato familiare.

Il suo vedere è proiettato in avanti, piuttosto che indugiante nelle pieghe di un comune passato doloroso. Il suo vedere non diventa vittima dell’abisso descritto da Nietzsche, ma da vita a figurazioni che diventano piccoli spazi di riscoperta interiore, dove la realtà si apre ad una dimensione intrisa di un’altra, possibile luce.

Romina Zanon