Lo sguardo della maschera: cosa si cela dietro l’immagine di una persona? / Guido Gaudioso

Cosa si cela dietro l’immagine di una persona, intendendo la prima nel senso di raffigurazione d’artista?

Una rappresentazione soggettiva? E se è così, avente quale oggetto e scopo? (Ma poi l’arte, in quanto primaria esigenza espressiva, deve avere una finalità?)

Oppure il ritratto d’autore ha una funzione documentaristica, volta a fornire un “dato obiettivo” e storicistico circa il soggetto che vi si sottopone?

In effetti queste considerazioni riguardano il concetto di “fotografia” tout court (se vogliamo, partendo dal presupposto che la Fotografia sia sempre “ritrattistica”, in senso lato: essa ha in ogni caso un soggetto sul quale concentra lo sguardo e  di cui registra gli elementi tipizzanti).

Ma restringiamo il campo d’indagine dal genus alla species del ritratto fotografico, intendendo come tale quello realizzato da grandi maestri come Nadar (al secolo, il parigino Gaspard-Félix Tournachon), Richard Avedon, August Sander, Irving Penn, Yousuf Karsh, Arnold Newman, Ugo Mulas, Robert Mapplethorpe, Diane Arbus… (e la lista potrebbe ancora continuare).

Invito i lettori a scoprire, o più verosimilmente e in quanto amanti del mezzo fotografico, a riscoprire le opere degli autori sopra citati.

Il ritratto della “maschera”.

Ognuno di questi eccelsi fotografi ha praticato la ritrattistica, sviluppando un proprio stile e una propria visione. Si potrebbe dire, come insegnano in letteratura, che ciascuno ha operato secondo la propria “poetica”.

Proviamo a effettuare una comparazione tra due approcci e visioni (apparentemente tra loro antitetiche): il corpus di opere di August Sander e la ritrattistica dell’americano Richard Avedon.

Il primo nacque e visse in Germania, nella prima metà del secolo scorso, ed è unanimamente riconosciuto come uno dei più importanti ritrattisti di tutti i tempi.

Confesso che del secondo potrei dire esattamente la stessa cosa, con la piccola variante della diversa collocazione geografica, essendo Avedon nato e cresciuto negli Stati Uniti (per la precisione a New York).

Il confronto tra i due (in questa sede) mi pare assai stimolante, soprattutto perchè da un lato sembra che lo stile e la teoria fotografica dell’uno siano molto vicine a quelle dell’altro, mentre per altri aspetti (e non solo per ragioni “cronologiche”) è possibile riscontrare una profonda differenza.

August Sander ha realizzato uno dei più vasti corpus fotoritrattistici che si conoscano, dando infine una sorta di ritratto collettivo della Germania di inizio ‘900 nella serie “Uomini del ventesimo secolo”. Il suo titanico lavoro è in parte confluito nella fondamentale opera editoriale “Face of our time” del 1929 (il libro fu sequestrato nel 1936 e le lastre fotografiche distrutte, in quanto l'”uomo” proposto da Sander non corrispondeva al modello del regime nazista).

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Richard Avedon ha rivoluzionato il genere ritrattistico nella seconda metà del XX secolo, peraltro spaziando in modo sempre originale (e spregiudicato) dalla ricerca d’autore alle commissioni editoriali alle immagini realizzate per le pagine delle riviste di moda.

Tra i suoi più importanti progetti (sempre accompagnati da una cura maniacale e da un estremo perfezionismo sul risultato finale – tanto che egli viene studiato anche per le innovazioni introdotte nella impaginazione ed impostazione grafica dei libri di fotografia), ricordiamo: “Nothing Personal” (1964), “Portraits” (1976), il famosissimo (e assai discusso) “In the American West (1978) e la bellissima antologia “Evidence 1944-1994”.

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Ebbene, entrambi gli autori citati, questi Titani della Fotografia, hanno posto al centro della loro ricerca (e del lavoro condotto incessantemente per tutta la vita, con notevoli risultati) quello che – secondo la mia modesta opinione – è il punto focale, il cuore pulsante, la quintessenza di qualsiasi cosa si intenda per “Ritratto Fotografico”: il suo senso profondo, il significante da cui promana il significato del risultato finale.

Per comodità (e per la grande valenza di un testo fondamentale per chiunque voglia meglio comprendere la Fotografia), citerò un passo de “La camera chiara” di Roland Barthes (1980).

“Dal momento che ogni foto è contingente (e per ciò stesso fuori senso), la Fotografia può significare (definire una generalità) solo assumendo una maschera. Questa è la parola che giustamente Calvino usa per designare ciò che fa d’un volto il prodotto di una società e della sua storia.

(…)

E’ per questa ragione che i grandi ritrattisti sono dei grandi mitologi: Nadar (la borghesia francese), Sander (i tedeschi della Germania prenazista), Avedon (la high-class newyorchese).

La Maschera tuttavia è la regione difficile della fotografia. A quanto pare, la società diffida del senso puro: essa vuole che vi sia del senso, ma al tempo stesso vuole che questo senso sia circondato da un rumore (come si dice in cibernetica) che lo renda meno acuto”.

Ebbene si tratta, per chi voglia adottare un approccio autoriale al fotoritratto, di scegliere se aderire o meno a questa tesi (e, forse ancor più importante, in che modo).

Voglio dire che, a parte l’ingenuità e il candore cui hanno diritti i principianti alle prime armi, credo che nessuno possa permettersi di credere ancora alla sciocchezza del Ritratto inteso come strumento rivelatore della “vera essenza/personalità” del soggetto raffigurato.

Il fotografo Frederick Evans (1853-1943) parlava di “ritratto nudo e crudo, che evoca la personalità del soggetto senza alcuna intromissione da parte del fotografo”.

Per semplificare in estrema sintesi, oserei dire che tale (antiquata) concezione del fotoritratto sia aderente al punto di vista (altrettanto vetusto e obsoleto) di chi riconosce alla Fotografia una funzione meramente documentale/documentaristica (peraltro ingiustificatamente riduttiva della presenza del cosiddetto operator).

Per di più esaltando il potere della macchina, dello strumento tecnologico (a prescindere dall’apporto umano) nel riconoscergli tale potere “rivelatore” ed evocativo.

E’ evidente che la chimera del “ritratto nudo e crudo” non potrà mai avere alcun riscontro reale. Si rimanda ai ritratti di August Sander, per la conferma di tale assunto negativo.

Egli fotografò diversi soggetti del suo tempo e del relativo contesto sociale, in misura apparentemente del tutto obiettiva e neutra: ciascuno era ritratto sul posto di lavoro ovvero nel contesto sociale di appartenenza, quasi con l’obiettivo di fornire un “report” obiettivo e distaccato (per l’appunto “senza alcuna intromissione da parte del fotografo”).

Ebbene, se così fosse, come mai il regime nazista mise al rogo quei ritratti? Forse perchè in essi era insito un elemento critico, un ingrediente significativo che – nonostante il tramite (medium) dello strumento meccanico e del suo oculum dalla indifferente freddezza – l’autore aveva trasmesso e inculcato in quelle immagini?

Credo che la verità sia altrove. Abbandonando ogni presunzione di obiettiva imparzialità, concludo con la mia personale opinione al riguardo: “ciò che più mi attira nella pratica del ritratto fotografico è la percezione di sé e dell’altro che traspare dal risultato finale, l’esito di un incontro tra il modo in cui io vedo la persona e il modo in cui questa vuole apparire nella foto.

Tra questi due estremi si trova un punto in cui accade qualcosa: un momento – quello decisivo, in cui premo il pulsante della macchina fotografica – nel quale entrambi ci distacchiamo dalle convinzioni (e convenzioni) preconcette che indossiamo come maschere. È in quell’attimo che io ritraggo il soggetto”.

La speranza e il tentativo di abbandono delle reciproche maschere convenzionali, per una diversa epifania: la rivelazione di una Maschera significante, il cui senso è manifestato attraverso l’operazione ritrattistica (intesa anche come applicazione di principi di umanità e libertà).

Guido Gaudioso