Marco Siracusano

 


Giovanissimo fotografo italiano, classe 1992, nato a Catania il 20 giugno, la Sicilia scorre nelle sue v ene come il mare, la spiccata sensibilità, il calore della famiglia, la creatività isolana, quella che contraddistingue da secoli i popoli mediterranei, questo è Marco Siracusano, nipote d’arte, con una passione viscerale per la sperimentazione.

“Sperimentare è fotografare” ci spiega. Delle semplici parole che fanno comprendere quanto per il fotografo sia indispensabile esperire, mettersi alla prova continuamente per ricercare la propria immagine, quella fotografia che sarà il suo segno di riconoscimento nel tempo. Si dedica seriamente all’arte fotografica dopo il liceo, proseguendo gli studi allo IED (Istituto Europeo di Design) di Milano, dove consegue la laurea in Fotografia, sviluppando come tesi finale una sequenza di ritratti sui malati di Alzheimer, dal titolo “Non mi Ricordo”. Attualmente lavora a Milano come fotografo freelance, oltre che come assistente alla Sala di Posa dell’Istituto Europeo di Design.

Si dedica seriamente all’arte fotografica dopo il liceo, proseguendo gli studi allo IED (Istituto Europeo di Design) di Milano, dove consegue la laurea in Fotografia, sviluppando come tesi finale una sequenza di ritratti sui malati di Alzheimer, dal titolo “Non mi Ricordo”. Attualmente lavora a Milano come fotografo freelance, oltre che come assistente alla Sala di Posa dell’Istituto Europeo di Design.

 

Marco, quanto la famiglia ha influenzato il tuo interesse per la fotografia?

Inizialmente, molto poco. Da ragazzino avevo sviluppato un rifiuto nei confronti della fotografia. In realtà, oggi la famiglia mi supporta tantissimo.

Cosa è cambiato nel tuo approccio con la fotografia dal liceo ad ora?

Durante il periodo del liceo non scattavo molte fotografie, e quelle che producevo sembravano banali, ma indispensabili per spingermi a voler continuare. Non volevo arrendermi e così ho imparato a ricercare il mio linguaggio, invece che raccontare e riprodurre la realtà. Bisogna avere pazienza: solo nel tempo si arriva allo scatto giusto.

 

Quanto sono importanti lo studio e la sperimentazione per un giovane fotografo che si accosta al particolare mondo della fotografia?

Fondamentali. Lo studio della tecnica, innanzitutto, per ottenere delle fotografie corrette, è un ottimo punto di partenza. La continua ricerca: l’immagine va cercata, aspettata e infine scelta. E’ troppo facile scattare; è più difficile selezionare.

 

Guardando le tue fotografie tra i ritratti molto curati del progetto 23F, Shore e le altre, presenti su Behance, qual è, secondo te quella in cui t’identifichi meglio?

Shore, perchè è il mare.

 A proposito di questo progetto, leggo nella tua presentazione che proprio una delle immagini di Shore è stata acquistata di recente da una galleria d’arte milanese. Una grande soddisfazione! Ci racconti come hai realizzato questi scatti?

Le fotografie del progetto Shore, sono state realizzate con una compatta digitale subacquea. Aspettavo l’onda ”giusta” per lanciare la macchina in mezzo alla spuma del mare con uno scatto ritardato. L’ho ripetutamente, direi anche violentemente, tirata tra le onde fino a farla smettere di funzionare. Ero quasi certo di aver perso i files per via dell’acqua salata che aveva bagnato la scheda SD. Poi, la sorpresa!

Quali artisti, non soltanto fotografi, hanno lasciato un’impronta nel tuo percorso fotografico?

Sono attratto dalle immagini. I colori della pittura impressionista, la forza de “La Grande Onda di Kanagawa” di Katsushika Hokusai e ancora “I Tre Musici” di Picasso. Avrei voluto tanto conoscere Man Ray. Oggi apprezzo molto Gregory Credwson e Andreas Gursky: mi incuriosiscono quasi quanto Damien Hirst.

Caterina Licciardello  Press Office PLS Art Magazine