Mariangela Tripiedi

Di origine pugliese, Mariangela Tripiedi  nasce a Taranto il 20 febbraio 1984 anche se attualmente vive e lavora a Viterbo. Personalità introspettiva, particolarmente attenta a catturare quei piccoli dettagli che ricompongono il puzzle di una vita, le sue sono storie realizzate attraverso l’esperienza diretta, sono dittici riflessi nello specchio dell’anima. Reportages di particolarissimi progetti fotografici mettono a fuoco il cuore dell’arte visiva: il fiorire dell’amore sotto la sua lente fotografica come in Amor arma ministrat, e ancora una gestazione interiore che sviluppa un emozionante florilegio di vicende descritte in Another mother, per continuare in un toccante e profondo lavoro catartico, Origo, quale potente espressione di forza ed energia purificata dal dolore, dopo averlo oltrepassato. La bellezza dei suoi scatti in bianco e nero dimora in questi valori rendendo manifesta quella luce che rigenera ogni cellula.

I progetti di Mariangela Tripiedi sono pubblicati su Lens Culture.

Mariangela, raccontaci quando è nato in te l’amore per la fotografia.

Ho ricevuto la mia prima macchina fotografica da bambina. Non ero brava in quelle “arti” che solitamente t’insegnano a scuola: non avevo molta dimestichezza in disegno, in recitazione, per non parlare della musica che pur amavo ascoltare ma non suonare perché le note uscivano stridule. La macchina fotografica, invece, mi dava l’impressione di poter tirar fuori le mie emozioni, ovvero tutto ciò che partiva dal cuore, quello che percepivo, sentivo, vedevo. Ho cominciato a scattare inconsapevolmente utilizzando questo strumento come un rudimentale mezzo di espressione, fino a quando non ho incontrato il primo libro di fotografia e, a quel punto, ho compreso quanto potente potesse essere questa straordinaria arte, se utilizzata con consapevolezza, sia tecnica che emotiva. Da quel momento, oltre a scattare, mi sono messa a parlarne e a studiare. Non ci siamo più lasciate. La macchina fotografica è rimasta il prolungamento del mio cuore, fino ad oggi. Diciamo che siamo nate insieme.

Cosa vedono i tuoi occhi e come nutri la tua arte visiva?

I miei occhi vivono di quotidiano e di infinito. Osservo quello che mi circonda fino a “spolparlo”. Partendo da piccoli dettagli, costruisco innumerevoli storie che vedo nella mia mente senza fotografarle. Leggo molto, soprattutto sulla fotografia e mi interesso a quello che gli autori contemporanei e del passato hanno fatto e stanno facendo. Il lavoro degli altri è come leggere un libro per me e, allo stesso modo, mi arricchisce. Passeggio molto in solitudine, osservando e meditando, e guardo notissimi film.

Parliamo di “Another Mother”, uno dei tuoi significativi progetti che diverrà presto un libro. Hai incontrato donne diverse, ognuna con una propria storia, un percorso di gestazione fisica ma anche interiore. Cosa ti ha lasciato questa esperienza? Quale vicenda ti è rimasta particolarmente dentro?

Di questo progetto, che mi ha visto impegnata per quattro anni e che oggi vede la luce attraverso un libro editato insieme all’amico Federico Cianciaruso, mi porto dietro sicuramente le donne che mi hanno aiutato a realizzarlo, il loro essere madri ed il loro femmineo. E’ stato un lavoro duro, spesso con vicende emotivamente violente, ma mi sono sentita fortunata per aver avuto la possibilità di trasformare in immagini tutte queste storie e queste emozioni. Ancora non riesco a distaccarmi dalle immagini che ho scattato; ogni volta che mi capita di rivederle per questioni pratiche di impaginazione del libro, lo stomaco si chiude in tutte le emozioni che queste donne mi hanno regalato e le lacrime scendono involontarie. Grazie a tutte loro credo di poter essere una madre ed una donna più consapevole; ci siamo unite e riunite in un abbraccio di imperfezione, ed è ciò che ci rende più forti e di cui andiamo fiere. Io stessa sono nel progetto con la mia storia di madre piena di errori e di pianti, ma anche di sorrisi e voglia di imparare. Sono orgogliosa di loro e di me, ci siamo messe in gioco raccontando la nostra maternità, quella  che la società non vuol vedere, non come nelle riviste patinate, ma quella che è presente in ogni donna, fatta di luci e di ombre, di cui non serve vergognarsi e che non bisogna nascondere prima che diventi un consistente problema sociale.

Tutte le storie che ho raccontato, sono assolutamente ancorate al mio cuore, ma una in particolare mi ha stravolto l’anima: dopo circa due anni che lavoravo al progetto mi ha contattato una donna che si dichiarava madre, pur non avendo figli. Era una donna che aveva subito diversi aborti. Parlare con lei è stato meraviglioso e mi ha restituito una visione della maternità ambivalente: da una parte le sue emozioni, la sua rabbia nei confronti della vita, ma anche della società, della gente che la guardava come una donna incompleta. Amici e parenti le si rivolgevano con pietà, non riconoscendole assolutamente tutta la forza che invece questa donna possiede e dimostra ogni giorno, superando costantemente una perdita dietro l’altra. Dall’altra parte, ha cambiato la mia visione sul concetto stesso di “maternità” che noi culturalmente riconosciamo esclusivamente a chi ha un figlio, a chi ha partorito. Lei, invece, si sente madre di tutti i bambini che ha perso, poiché ha comunque potuto avvertire la loro presenza dentro di lei e questo le ha concesso, se pur momentaneamente, di sentire quell’amore incondizionato che è parte integrante della maternità stessa.

Un altro tuo lavoro molto interessante è “Amor arma ministrat”, un racconto fotografico che vede protagonisti Stefano e Marilisa, due anime che s’innamorano e scoprono la gioia della nascita di un figlio, un amore al di là del passato e delle proprie vicissitudini personali. Lasciamo a te lo spazio per svelarci come hai  realizzato questo significativo progetto.

Ho parlato con Stefano la prima volta per caso in un parco cittadino, eravamo lì per difendere la dignità di quel parco dal cemento di un palestra che il comune voleva  costruire e che poi, alla fine, ha edificato.

Mentre chiacchieravamo mi colpì moltissimo la sua  idea di “comunità”. Era un concetto bello, forte, fiero, di altri tempi. Così gli chiesi qualcosa in più e Stefano, con una semplicità disarmante mi rispose: Sono un ex-tossicodipendente, mi sono fatto per anni ed ho smesso da anni”. Guardavo incredula quest’uomo radicato e sincero. Non era solo: poco distante si trovava anche la sua compagna con un tenero pancione e questa cosa mi fece riflettere.

 

Passò del tempo prima che chiedessi a Stefano e Marilisa  di aiutarmi a realizzare questo progetto, soprattutto di permettermi di poter entrare nelle loro vite e, a loro volta, anch’essi conobbero la mia. Così, alla fine hanno accettato.

Non m’interessava raccontare la storia di un ex-tossicodipendente; volevo descrivere la storia di Stefano, dell’uomo che è oggi, del padre che è adesso, di questa persona amata e capace di amare, che vive in una comunità che lo rispetta ed ha fiducia completa in lui. E’ una comunità fatta d’amici, vicini e parenti che stimano ciò che lui è oggi.

Questa vuole essere la storia di un uomo nuovo che ricorda il suo passato con consapevolezza, perché da quella storia è partito per un viaggio migliore che lo ha portato da Marilisa e da sua figlia Cristiana. Quella di Stefano è una storia in cui è l’amore la vera forza ad avergli procurato i mezzi per riuscire ad intraprendere un sentiero differente.

Quali altre produzioni fanno parte della tua storia personale?

Un progetto cui sono particolarmente legata, è senz’altro Origo. E’ stato realizzato con il contributo della danzatrice Simona Buccolieri, in un momento particolarissimo della mia vita. Origo è un viaggio catartico nel dolore e attraverso il dolore. 

Origo è la spinta  primitiva che ti dà la forza di andare avanti, il fiume impetuoso che ti solleva verso la rinascita, che non allenta la presa.

Origo è il confine tra la tempesta e il sereno, la rete di energia vorticosa e vibrante delle donne nelle sale chemioterapiche, di tutte le donne che combattono, non importa quale battaglia o nemico.

Origo  è la nascita di tutte quelle donne dal dolore

Origo non è la malattia è la vita.

Cosa c’è nella tua vita al di là della fotografia?

Prima di tutto mia figlia, poi la musica, i libri, il bosco. Ci sono gli amici e gli infiniti istanti.

Grazie a Mariangela per la sua gentile disponibilità. Fotografare è, dunque, non solo un modo di vedere la vita, ma anche la fonte visiva dove cuore e pensiero s’incontrano sulla stessa lunghezza d’onda.

Caterina M. Licciardello
Press Office PLS Magazine