Romina Zanon – La presenza acuta dell’assenza. Lei aspetta, sola.

Romina Zanon, vincitrice del contest In Absentia 2015, svela il suo fattore umano e professionale in una fitta intervista che lascia scoprire il suo talento e le notevoli capacità introspettive. Il suo progetto intitolato “La presenza acuta dell’assenza. Lei aspetta, sola” risulta essere un racconto intenso, fortemente evocativo che segue una struggente linea poetica oltre che fotografica.

Al suo attivo ha varie mostre personali e collettive di disegno (Trento, Rovereto, Belluno, Jesolo), la pubblicazione del libro “Segni di devozione popolare a Caldes” (2013) e il film “La Montagna Infranta” di Mirco Melanco (2013), presentato alla 70° Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, di cui ha realizzato i disegni delle animazioni e la sceneggiatura iniziale.

Attualmente vive e lavora in Trentino come visual artist (video, disegno, fotografia) e grafica, collaborando con vari enti nazionali e internazionali come la prestigiosa Smarano International Organ Academy (TN) e Stradanova Slow Theatre (TN).

Romina, qual è il filo che unisce il disegno artistico alla fotografia?

Susan Sontag nel suo saggio “Sulla fotografia” asserisce che “La fotografia (…) permette una partecipazione e insieme un’alienazione nelle nostre vite e in quelle altrui, dandoci modo di partecipare nell’atto stesso in cui rafforza l’alienazione”. Reputo che questo accada  anche nell’arte del disegno, o perlomeno, per me è sempre stato così. Concepisco entrambi i mezzi come processi visivi d’indagine del reale e dell’animo umano, dove l’autore percorre una precisa via creativa, un’immersione nella storia che si accinge a narrare e dopo un’alienazione, un distacco, un’uscita dalla storia per poterla rileggere, anzi  rivedere, come narratore o voce fuori campo.

Lo sguardo dell’artista è sempre stato per me in bianco e nero. All’età di dodici anni, ho iniziato a praticare il chiaroscuro a china e ho imparato a vedere la realtà che volevo raffigurare escludendone mentalmente le frequenze cromatiche.

Recuperare le motivazioni di questa scelta non è facile. Probabilmente vanno ricondotte ad una forte e naturale attrazione nei confronti dei caratteri di poetica eleganza e maestosa semplicità della monocromia. Una monocromia che nell’arte fotografica diventa, come ha affermato Roberto Cotroneo, un’astrazione, e come tale assume un significato tutto suo, perché rilegge la realtà e la rende diversa.

 

Il tuo percorso è incentrato nel mondo dell’arte già da tempo, partendo dai tuoi studi prima, per continuare poi con la professione, e naturalmente anche nel tempo libero. Come e dove collochi nella tua vita l’arte fotografica?

Nel corso di quest’anno l’esigenza di raccontare tramite immagini fotografiche si è fatta sempre più forte sino a quasi trasformarsi in una vera e propria necessità. La fotografia rappresenta una parte fondamentale del mio quotidiano, sia come attività, che come studio teorico e ricerca artistica. Una ricerca finalizzata a trasformare le immagini fotografiche in un personale linguaggio espressivo attraverso cui ricreare e rendere visibili le idee scaturite dall’osservazione della realtà e dei sentimenti dell’uomo.

Penso che, prima di ogni cosa, sia fondamentale andare oltre le barriere dell’ovvietà e della mera rappresentazione estetica, raggiungere un senso di consapevolezza e un’interpretazione personale della realtà puntando sulla ricerca, sia su se stessi che sulle tematiche narrate attraverso il mezzo fotografico.

 

Parliamo del contest In Absentia, ma soprattutto del progetto per il quale sei stata premiata, non solo per le fotografie significative ma anche per il testo descrittivo.

L’idea del progetto trae spunto dalla vita delle mie prozie Oliva e Maria, vissute insieme per tutta la vita, fino al giorno in cui Oliva, la più anziana delle due, morì.

Ero molto legata a loro e assistetti alla sofferenza di  Maria dopo la morte della sorella. Un ricordo che è rimasto indelebile nella mia mente. Qualche mese fa, dopo otto anni dalla scomparsa di Oliva e sette anni da quella di Maria, ho iniziato ad avvertire la necessità di elaborare un racconto visivo liberamente ispirato a questa vicenda.

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Legando la scrittura alla fotografia, “La presenza acuta dell’assenza. Lei aspetta, sola”, suggerisce ed evoca il senso di vuoto lasciato dalla morte, cercando di trasformare una particolare storia individuale in una narrazione “universale” del sentimento della perdita.

Una scelta narrativa che ha comportato la necessità di non rendere la protagonista fisicamente riconoscibile e di collocarla in una dimensione spazio-temporale non definita.

 “Un chiuso silenzio che non cede”. Con questo verso di Pavese ha inizio il racconto. E’ una sorta di risalita dagli inferi che porta dalla più acuta disperazione alla liberazione dal tarlo ossessivo del dolore.

La perdita della sorella provoca in Lei (così ho chiamato la protagonista) un’angosciosa assenza che, nel suo perdurare, acquista le forme di una più acuta presenza.

E’ una condizione emozionale che crea un legame con lo spazio in cui è inserita la protagonista: l’identità lacerata del suo io si riflette nelle crepe dei muri, nel pavimento strappato, nelle oniriche ombre proiettate sulle pareti. Solo l’insistente preghiera riuscirà, con il passare del tempo, a far assumere all’assenza il colore dell’attesa. L’attesa di un ritorno, o di un sonno profondo che non possa avere termine che nel giorno del ricongiungimento, oppure, ancora, l’attesa di qualcosa in grado di consumare l’angoscia e colmare il vuoto dell’assenza. 

La serie si conclude con l’immagine di una finestra coperta da una tenda, la stessa finestra di fronte alla quale Lei si sedeva “durante l’attesa”.

E’ un finale che ho lasciato volutamente aperto e che può essere interpretato sia come spinta primordiale che risolleva verso la rinascita e oltrepassa il dolore, sia come ricongiungimento con la persona amata attraverso la morte.

Al di là del tuo portfolio, cosa significa per te Assenza e Presenza?

In questo periodo della mia vita riconduco la parola “assenza” a una delle mie paure, cioè la mancanza di aspirazioni, obiettivi, speranze, sia nella sfera relazionale che privata e lavorativa. Mi spaventa l’idea della possibilità di svegliarmi una mattina senza più nulla a cui aspirare o che dia senso al quotidiano.

Il concetto di presenza, invece, lo ricollego alla mia famiglia e ai miei amici più cari, al loro incoraggiamento e amore incondizionato e soprattutto a mia madre, il cui prezioso aiuto si è rivelato fondamentale per la realizzazione di questo progetto.

Quali sono i tuoi interessi oltre la fotografia?

L’arte e il cinema senza dubbio. L’amore per l’immagine è stato sempre presente in me, sin dalla più tenera età, e poi le passeggiate e il vagabondare senza sosta tra le vie di Parigi per osservarne le luci, le ombre, i ritmi, le persone per dissezionare quel magico groviglio di linee e movimenti che la rende viva e ricomporlo in nuovi paesaggi mentali e storie personali.

I miei occhi vivono della gioia di visioni sempre nuove.

Che genere di fotografia prediligi?

Sono affascinata dal cosiddetto “racconto fotografico” o “phototelling”, dalla fotografia come strumento di realizzazione di romanzi visivi. Trovo estremamente interessante ciò che a volte prende vita dall’incontro tra fotografia e arte della narrazione.

Qual è il tuo prossimo passo?

Sto lavorando a due nuovi progetti: un cortometraggio che trae spunto da “La presenza acuta dell’assenza” e che per certi versi ne rappresenta il completamento e un nuovo progetto fotografico incentrato sul tema della solitudine e della dipendenza, un racconto che questa volta sarà declinato al maschile.

Caterina M. Licciardello | Press Office PLS Magazine