Sebastiano Bellomo


Fotografo siciliano appassionato d’arte, ironico, estremamente percettivo verso un mondo in continua evoluzione, Sebastiano Bellomo trasmette quel calore sensoriale che solo l’immagine in bianco e nero riesce a trasferire. La realtà diventa linguaggio fotografico manifestandosi in tutte le sue sfumature, l’ambiente non è più estraneo agli occhi, le persone appaiono familiari tanto da rimanere impresse nella memoria. Nasce a Sant’Agata di Militello (Messina) il 12 luglio 1970 e comincia, ancora bambino, a scattare istantanee per gioco. La voglia di cogliere l’attimo cresce  prepotentemente e la bellezza della sua terra lo spinge a percorrere la strada della fotografia dove scopre l’importanza della parola visiva. “Fotografo per non dimenticare, per non smettere di guardare”, asserisce con sicurezza. Ed è proprio questo desiderio di immagazzinare immagini, negli occhi e nella mente, che fa di Sebastiano un artista “progressive”, alla continua ricerca di volti, momenti, luoghi da catturare per alimentare il ricordo nel tempo. Vive attualmente a Campofelice di Roccella in provincia di Palermo dove lavora come impiegato. Ha partecipato a numerosi contests italiani e stranieri nonché a mostre personali e collettive come Projet192 – “Madrid 11 marzo 2004”, in memoria delle vittime degli attentati terroristici, e, ancora, negli Stati Uniti, in Florida, per l’evento Art Takes Miami. Alcuni suoi lavori sono stati pubblicati sul magazine la Repubblica.it, l’Huffington Post e Superabile (Inail), come ad esempio il suo Reportage “Racconti in cucina”, tratto dall’omonimo libro, a cura della scrittrice Delia Altavilla, per conto dell’INAIL di Palermo e dell’Opera Don Calabria di Trabia e Termini Imerese.

Sebastiano, puoi raccontarci brevemente come sei arrivato al mondo della fotografia?

Avevo circa 9/10 anni quando mi fu regalata una Polaroid “Zip” che produceva istantanee solo in bianco e nero. Dapprima era per me un giocattolo ma mi emozionava tanto riuscire a fermare l’istante. Continuai poi a scattare in analogico (ancora il digitale era abbastanza lontano) ma, in seguito, abbandonai (apparentemente) perché, fra studio ed altre attività ludiche, il tempo non era mai abbastanza. Comunque la passione rimase e il classico “ritorno di fiamma” avvenne nel 2004 all’incirca con l’avvento del digitale. Da allora è stato un costante studio, una continua evoluzione, com’è tutt’ora.

La Sicilia è una terra magica, piena di contrasti e a volte d’incoerenze ma, senza dubbio, rappresenta l’officina artistica ed intellettuale più ambita. Cosa pensi della tua isola?

La Sicilia in poche parole è tutto ed il contrario di tutto, però è la mia terra e pur criticandola, spesso anche duramente, la amo. Le culture millenarie che si sono succedute si fondono facendoci ereditare pregi e difetti che ci caratterizzano e forse è proprio in questo contesto che nascono i più particolari artisti. La Sicilia è una fucina che suggerisce assiduamente stimoli nuovi e senz’altro creativi a trecentosessanta gradi. Basta saperli captare. Ho l’impressione, a volte, di essere fuori dal mondo ma con il web puoi metterti in contatto con chiunque e ovunque per lavoro e non solo. I social networks e i siti specializzati per la fotografia in questo ultimo quinquennio sono stati un trampolino di lancio per molti. Quindi, anche se ci troviamo in un’isola al confine con l’Africa possiamo arrivare in ogni luogo del mondo.

Prediligi le immagini in bianco e nero che spesso diventano espressione di un linguaggio ricercato e d’impatto. Puoi spiegarci il perché di questa scelta?

Mi piace citare Wim Wenders quando dice: “Il mondo è a colori, ma la realtà è in bianco e nero”. Qui ci imbattiamo in diverse scuole di pensiero e possiamo stare ore ed ore a disquisire senza avere né torto né ragione. Ad ogni modo, tengo a precisare che per me non si tratta di una “moda” e forse nemmeno di una scelta. Dal canto mio, ti dico che quello che vedo in bianco nero non lo vedo a colori: è come se avessi dei sensi percettivi al bianco e nero che si attivano nel momento n cui scatto. Negli anni è diventato il mio “linguaggio” fotografico, la mia espressione principale che, a mio avviso, riesce a rafforzare totalmente il messaggio da trasmettere all’osservatore .

Il tuo continuo viaggio “in strada” ti permette di incontrare persone di vario genere che vengono rapite per un attimo dal tuo obiettivo. Immagina di trovarti tu al posto loro. Qual è il tuo istante personale?

Bella domanda! La risposta potrebbe sembrare semplice. Diciamo che non sono abituato a stare dall’altra parte della fotocamera però, se devo pensare al mio istante personale, ti dico che dev’essere ironicamente vero. E’ quello che, in effetti, sono realmente nella vita di tutti i giorni.

Osservando gli scatti presenti sul tuo sito nella raccolta “architecture”, quali sono i tuoi spazi metafisici?

Innanzitutto in quella serie mi sono lasciato ispirare dall’artista metafisico per antonomasia e cioè De Chirico sforzandomi sempre più di rappresentare dei luoghi, degli spazi urbani, semplicemente nella loro essenza dove, a “far rumore”, è per l’appunto, il silenzio, a volte “spezzato” dalla presenza umana. In sostanza, i miei spazi metafisici li concepisco come una pace per l’anima  un’oasi in cui  probabilmente l’uomo ritrova se stesso attraverso un’esperienza sensoriale.

A quale progetto ti senti più legato? Quale lavoro stai realizzando in questo momento?

Senza ombra di dubbio sono legato, e non solo fotograficamente, al progetto “Racconti in cucina”, promosso dall’Inail (sede di Palermo) svolto all’interno della comunità Sant’Onofrio dell’Opera Don Calabria di Trabia. Il progetto ha avuto come obiettivo la creazione di occasioni di incontro, socializzazione e occupazione attraverso la proposta di laboratori didattici di cucina e di narrazione. I protagonisti sono degli infortunati, pertanto persone diversamente abili, ex tossicodipendenti e immigrati con storie ed esperienze di vita differenti che si sono ritrovati insieme ai fornelli abbattendo così barriere e pregiudizi. Il tutto si è concluso a settembre scorso con la pubblicazione di un libro che racchiude ricette, racconti ed un mio reportage.

Per il momento sto lavorando alla seconda edizione del progetto ma quest’anno sarà svolto con modalità diversa ed inoltre ci sono, work in progress, un paio di progetti di street photography.

Quali sono i tuoi artisti di riferimento?

La lista completa potrebbe essere lunga ma ne cito due su tutti. Non posso restare indifferente ai lavori di Sebastião Salgado sia per la straordinaria bellezza delle foto che per quello che raccontano; i suoi lavori sono esemplari e credo che stia lasciando ai posteri un patrimonio fotografico notevole.

L’altro è Walker Evans che con la sua fotografia documentaria e sociale riuscì, secondo me come nessuno, ad immortalare la grande depressione americana degli anni ’30.

Hai un motto personale?

La mia vita è tutta un motto da mettere in pratica ma quello che dico sempre è “meglio essere protagonisti della propria tragedia che spettatori della propria commedia”!

Ringraziamo Sebastiano per la sua realistica ed ironica partecipazione dedicandogli un pensiero del fotografo-regista Giuseppe Tornatore, dal volume del catologo della mostra “Fotografo in Siberia” dove si legge: Se fotografi uno sconosciuto, nell’istante stesso in cui fai scattare l’otturatore, quella persona smette di esserti estranea, perché la porterai sempre con te”.

Caterina Licciardello Press Office PLS Art Magazine