Sharon Formichella

Capita spesso di sentir parlare promettenti fotografi della voglia che li ha spinti a catturare immagini, magari per intuito, oppure per se stessi, solo per seguire una ricerca personale.

Così comincia la storia di Sharon Formichella, vent’otto anni, napoletana d’origine. Vive in Toscana, a Prato, e lavora a Firenze  la pura e semplice curiosità ha permesso che lei abbia scoperto, qualche tempo fa, il mondo della fotografia e che questa nuova conoscenza si sia trasformata, lentamente, in una passione. E’ questo il particolare approccio che molti vivono accostandosi all’arte fotografica: un colpo di fulmine, un afflato che dapprima resta in un luogo silenzioso, in una dimensione singolare, per poi trasformarsi in uno spazio plurale, accessibile al resto del mondo. Sharon ne è l’esempio vivente. Il suo percorso inizia tre anni fa quando comincia a frequentare il Bacchino, un fotoclub della sua città dove, tra una proiezione e l’altra, tra una chiacchiera con addetti del campo e qualche partecipazione agli incontri serali con fotografi “di mestiere”, sente un sottile richiamo riuscendo a lasciarsi trasportare da ciò che osserva, scoprendo nello scatto qualcosa di speciale, un’emozione che le dona l’opportunità di esprimersi al di là delle parole, a volte in silenzio.

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Sharon, hai scoperto il bizzarro mondo della fotografia frequentando il fotoclub Il Bacchino di Prato. Puoi raccontarci cosa ti ha invogliato ad intraprendere la carriera di fotografa?

Dopo aver frequentato il FotoClub, non avevo ancora ben chiaro di cosa io volessi dalla fotografia. Mi ero appassionata molto al genere che viene definito street photography. Con il passare del tempo ho scoperto qualcosa in più, qualcosa di più intimo e personale.

Napoli è la tua terra natale ma vivi nella meravigliosa Toscana, in quel di Prato, dove puoi attingere a continue suggestioni visive. Secondo te quanto conta l’habitat per sviluppare una carriera come fotografo?

Indubbiamente in una grande città si possono trovare tanti spunti fotografici. Ma non è cosi per me. E’ come vivo la fotografia: nasce da un impulso interiore. E’ un’emozione che collega cuore e mente quindi, alla fine, a mio parere, non è tanto indispensabile il posto in cui abiti quanto cosa riesci ad assimilare dal tuo ambiente, l’intensità del vissuto, quali impressioni avverti in ciò che ti circonda quotidianamente.

Parliamo di “Riflessioni riflesse”, uno dei tuoi progetti che è un po’, come lo definisci, una tua ricerca personale. Secondo te cosa riflettono le vetrine del mondo?

Riflessioni Riflesse è un progetto in cui effettivamente ho seguito una parte della mia personale ricerca. Per quasi un anno, osservavo i volti riflessi nelle vetrine dei negozi, gli sguardi distratti dei passanti, quelli attenti di chi cerca qualcosa al di là dei manichini nei negozi. E tutto ciò avveniva mentre non guardavano me. La particolarità è proprio questa. Le loro espressioni si riflettevano attraverso i vetri mentre mi chiedevo: “chissà cosa sta pensando questa persona, chissà cosa ha passato nella sua vita”.

Secondo me, riflettono ciò che non vediamo di noi stessi ovvero come siamo realmente, senza maschere.

Un altro lavoro, “Solo il silenzio” è davvero suggestivo. Si respira un senso di particolare immobilità nei volti dei soggetti, la presenza immortale che viene espressa al meglio attraverso l’immagine in bianco e nero. Per dirla alla maniera di Wittgenstein, nella vita e nell’arte è difficile dire qualcosa che sia altrettanto efficace del silenzio. Eppure dai tuoi scatti il messaggio arriva chiaramente, senza parlare. Descrivici come sei arrivata a questa tua raccolta fotografica.

Solo il Silenzio è un insieme di scatti che ho raccolto strada facendo, dove tutto, intorno alle persone, scompare. Forse sembrerà banale, ma con il passare del tempo mi sono ritrovata a guardarli nuovamente nell’insieme, e la prima sensazione che mi è affiorata è stata proprio quella di… silenzio: uno stacco totale dalla realtà di tutti i giorni, un qualcosa di etereo. Probabilmente, a livello inconscio, era ciò che stavo cercando. Quando li ho uniti, ho visto immagini ferme, quasi surreali, un mondo parallelo, fuori da ogni rumore, dal caos quotidiano, un osservare senza sentire con le orecchie bensì con l’anima. E tutto questo è accaduto nel momento in cui mi sono lasciata trasportare soltanto dalle emozioni.

Quali programmi hai per il futuro?

Non ho ancora dei programmi definiti. Vivo alla giornata cercando di prendere sempre il meglio di ciò che mi capita. La fotografia è una grande passione che però non deve diventare per me un’ossessione.

Qual è la tua fonte ispiratrice?

Prediligo alcuni fotografi cercando comunque di essere sempre me stessa. Apprezzo moltissimo Mario Giacomelli, Michael Ackerman e Daydo Moriyama.

Grazie a Sharon Formichella per averci dato la sua testimonianza fotografica con semplicità e schiettezza.

Ecco come la Bellezza dell’arte visiva riesce a mantenere saldo il filo conduttore che lega l’umano al divino, la conoscenza apparentemente casuale all’identità personale, poiché l’unicità dell’istante è un respiro vissuto dall’anima e fotografato per sempre nella nostra mente.

Caterina M. Licciardello