Simone D’Angelo

Un progetto fotografico nasce da un viaggio in un luogo lontano cogliendo gli istanti di vita di un popolo, le tradizioni, i riti culturali, le bellezze paesaggistiche e i lineamenti dei volti della gente inconsapevole. Talvolta, può scaturire, invece, dal mondo circostante, quello vicino a casa, proprio dietro l’angolo, dove la natura, turbata dall’ambiente urbano, ha subito una devastante metamorfosi, tentando di adattarsi alle forzature prodotte dall’uomo.

Le raccolte fotografiche di Simone D’angelo affrontano questi temi lasciando aperto uno spazio alla percezione dei sensi e alla riflessione. Trentasette anni, originario di Anagni, vive e lavora a Roma, dove svolge la sua attività professionale in una web agency. Dopo un percorso di studi al Liceo artistico e all’Istituto europeo di Design ha cominciato a scattare da autodidatta partecipando recentemente ad un master di fotografia documentaria tenuto da Massimo Mastrorillo in collaborazione con la Luz Academy e 001. E’ stato sempre affascinato dal mondo, avventurandosi in viaggi alla scoperta della sua vera passione, divenuta nel tempo una parte integrante della sua vita, una fonte inesauribile di ricerca oltre che un modo per testimoniare la realtà.

In limbo, Oaxaca, The Sacrifice, I must have been blind, sono solo alcuni dei lavori che mettono in evidenza la cifra stilistica del fotografo D’angelo, tanto da essere premiato con numerosi riconoscimenti.

Infatti, proprio con I must have been blind, ha vinto il Leica Talent 2014 e l’Ikonemi Open Call 2015. Infine, ha partecipato al circuito mostre di Fotoleggendo 2015 e al Tangram Festival 2015.

Simone, quando hai cominciato a fotografare e quali sono i temi che prediligi?

Ho una formazione artistica e sono sempre stato attratto da tutto ciò che è immagine e immaginazione, eppure non ho mai avuto una particolare predilezione per la fotografia, se non per quella applicata al cinema. Devo aver iniziato a scattare con la reflex a pellicola di mio padre durante i viaggi con i miei genitori, ma il vero interesse è arrivato col tempo, soprattutto quando ho scoperto che la macchina fotografica mi dava sia la possibilità di esprimermi che di evadere. Non è un caso che abbia legato la fotografia all’idea del viaggio e forse non è neanche un caso che ultimamente abbia sentito la necessità di evadere anche da questo legame.

Oaxaca, è un progetto evocativo, non solo per le immagini suggestive ma anche per i brillanti colori degli scatti. Inoltre, come si legge sul tuo sito è dedicato a Sergio. Puoi raccontarci questa storia?

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Gli scatti di Oaxaca provengono da un viaggio fotografico in Messico con Ernesto Bazan. L’occasione erano i festeggiamenti per il Dià de los Muertos, un’esperienza davvero coinvolgente durante la quale ho conosciuto e stretto amicizia con persone veramente in gamba. Una di queste era Sergio Barra, un amico, oltre che un bravo fotografo messicano, che purtroppo qualche mese fa ha perso la vita in un incidente stradale.

Qual è stato il viaggio che hai vissuto con più intensità e che ti ha dato maggiori spunti fotografici?

E’ stato sicuramente quando sono stato in Indonesia, forse proprio perché era il primo vero viaggio. Un mese passato tra escursioni nella giungla del Borneo, vulcani attivi, sincretismi religiosi e trasferimenti su traghetti locali tra le varie isole che compongono quell’incredibile arcipelago del Sud-Est asiatico. Parlando di spunti fotografici non so scegliere un paese in particolare. Da ogni viaggio ho portato a casa qualcosa, compresa la convinzione di non aver portato indietro abbastanza.

The Sacrifice, uno straordinario portfolio in bianco e nero che richiama alle tradizioni indonesiane e, in questo caso, una cerimonia funebre, molto sentita dal popolo Toraja. Puoi spiegarci come hai vissuto quest’esperienza e cosa ti è rimasto impresso?

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L’altopiano di Tana Toraja, nell’isola di Sulawesi, è un posto meraviglioso. Una volta arrivati si ha la sensazione di essere isolati e protetti dal resto del pianeta. Se non ricordo male, è l’unica regione dell’Indonesia a maggioranza cristiana ed è nota soprattutto per le cerimonie funebri, veri e propri riti collettivi per i quali le famiglie risparmiano per mesi, a volte anni. Durante questo periodo, il defunto viene tenuto in casa. Ricordo che mi colpì una sorta di banchetto nel quale gli invitati pagavano una tassa governativa per ogni bufalo o maiale che veniva portato in dono e sacrificato: un’usanza imposta dai missionari calvinisti che trovavano economicamente illogico questo spreco di bestiame. Quelle foto, anche se oggi le sento un po’ lontane, mi ricordano il momento esatto in cui ho capito di voler provare a fotografare con più consapevolezza. Quel giorno, proprio durante il rito del sacrificio dei bufali, da semplice spettatore mi ritrovai ad essere letteralmente risucchiato dalla forza centripeta della scena. Più mi avvicinavo, più mi sentivo coinvolto e appagato. Immagino di essere una di quelle persone che hanno scelto la macchina fotografica come lo strumento migliore per accordare timidezza e curiosità.

Secondo te, dove conduce la ricerca fotografica e dove, invece, vuoi condurre la tua?

Bella domanda. Difficile rispondere. Oggi siamo tutti degli instancabili produttori/fruitori di immagini, per di più tutti interconnessi, e credo che questa mutazione antropologica stia cambiando, e continuerà a cambiare, i connotati della fotografia, almeno per come crediamo di conoscerla. Se da una parte sono aumentate per ognuno le possibilità di emergere, dall’altra si rischia di esserne abbastanza condizionati tanto da perdere in identità. Comunque non credo esistano strade buone o cattive in modo assoluto. Oggi mi sento vicino ad un’idea di fotografia che possa raccontare, coniugando diversi livelli di lettura, e che sia in grado di documentare anche superando il preconcetto di realtà. Mi viene in mente Bella e Perduta, l’ultimo film di Pietro Marcello. Narra la realtà della Terra dei Fuochi, di una vera reggia borbonica abbandonata e di un vero custode volontario che si impegna per salvarla dal degrado anche contro le minacce della camorra. Tanta roba che già di per sé sarebbe bastata per un documentario di denuncia, eppure il regista non s’accontenta e va oltre, attinge al mito e crea una storia visionaria e simbolica in cui un Pulcinella ha il compito di salvare uno dei tanti bufali maschi che, in quanto inutili alla filiera produttiva della mozzarella, vengono ogni anno eliminati e smaltiti nei campi. Credo ci sia molto da imparare da lezioni come queste, anche in fotografia.

I must have been blind è il progetto che mostra una parte della Valle del Sacco, in Lazio nella provincia di Frosinone, in un contesto di squilibrio ambientale dovuto ai trascorsi dell’inquinamento dell’area interessata. Qui, però, l’uomo non è presente fisicamente ma soltanto attraverso i disastri che ha causato mentre la natura continua la propria vita sopravvivendo a tutto questo. Cosa ti ha spinto a realizzare questo lavoro che ha ottenuto svariati riconoscimenti?

Riconoscimenti del tutto inaspettati, soprattutto perché tutto è nato un po’ per caso e non lo considero neanche un progetto finito. Conoscevo la situazione ambientale della Valle del Sacco in quanto sono nato e cresciuto proprio lì, a pochi passi dalla zona industriale in cui anche i miei genitori hanno lavorato. Tuttavia, non avevo mai pensato di raccontarla perché ero assuefatto da quella fascinazione per l’esotico che spesso ti porta a non trovare particolare interesse per l’ambiente in cui vivi. Le cose sono cambiate quando ho sentito di voler uscire da questo blocco. Ho avuto la fortuna di partecipare ad un master di fotografia documentaria con Massimo Mastrorillo che, oltre ad aprirmi a nuovi stimoli, mi ha costretto ad un ridimensionamento obbligato del raggio d’azione. Così sono tornato a casa dei miei genitori e da lì sono ripartito. Non solo ho imparato quanta attenzione sia necessaria per mettere a fuoco un ambiente prettamente familiare, ma ho pure scoperto il piacere di lasciarmi guidare anziché rincorrere, di evocare piuttosto che descrivere. Da qui il titolo I Must Have Been Blind, preso in prestito da una canzone di Tim Buckley del 1969. L’ho ritenuto adatto per richiamare la mente a questo ritorno alla consapevolezza, personale o collettiva che sia.

A quale progetto stai lavorando attualmente?

Dulcis in fundo la domanda che prova a metterti ansia! Per il momento non sto seguendo nessun progetto in particolare. Ho delle idee in attesa di prendere forma o finire nel dimenticatoio. Prendo appunti e cerco, anche con un po’ di fatica, di non cadere nel tranello del voler per forza raccontare avendo poco oppure nulla da dire.

Caterina M. Licciardello | Press Office PLS MAGAZINE