Stefano Mirabella

Quali immagini sono i messaggeri della vita? Sono le strade che preparano lo sguardo, non i recinti di cemento, sono gli occhi feriti dalle rifrazioni visive, non l’ignara complicità della gente che passa, sono le ombre allungate sulle pareti di un treno, alla ricerca di nuovi spazi dove la luce si dilata. Con una sola parola: fotografia, anzi non fotografia come la definisce, tracciandone una sua personale impronta, Stefano Mirabella, fotografo romano, appassionato di street photography e membro del collettivo italiano SPontanea. I suoi viaggi fotografici lungo le vie delle città rappresentano non soltanto l’esplorazione del quotidiano ma la riscoperta di sé attraverso una percezione del mondo che è anche introspezione, consapevolezza della realtà e desiderio di trascenderla.

Stefano muove i primi passi nel mondo della fotografia nel 2003, frequentando alcuni corsi nelle migliori scuole di Roma. Attualmente lavora nel campo della televisione satellitare e, naturalmente, nell’ambito fotografico. Impegnato nel reportage sociale, ha viaggiato molto in questi anni: Thailandia, Cambogia, Laos, Birmania, India, Siria e territori occupati palestinesi. Queste esperienze hanno dato vita ad alcune mostre personali e varie pubblicazioni. La passione per la fotografia lo ha guidato sulla strada dell’insegnamento. Infatti, tiene costantemente corsi di base e avanzati sia individuali che per conto di associazioni e scuole. E’ docente presso “Laboratori Visivi” e “Prospettiva 8”. Ha partecipato a numerosi contest italiani e stranieri come il Miami Street Photography Festival, il Siena International Photo Awards e il concorso internazionale di fotografia “Where Street Has No Name” del 2013 meritando il primo premio. E’ anche vincitore del Leica Talent 2014, nonché Leica Ambassador e insegnante Leica dal 2015.

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Stefano, parlaci brevemente di te, del tuo percorso tra le mille sfaccettature dell’arte fotografica.

Un percorso nato tanti anni fa, complice una macchina fotografica regalatami per la comunione, che mi accompagnò poi nei primi viaggi in giro per l’Europa, una compagna fedele che ancora conservo con gelosia. Iniziò tutto quel giorno, credo, il giorno della mia prima comunione; più tardi i primi corsi, tanta pratica e approfondimenti personali, studio di autori, molte mostre, e una passione inesauribile. Quest’ultima è fondamentale, nasce tutto da qui: il desiderio di sperimentare, mettersi in gioco, rinunciare a molte cose pur di inseguire quello che vuoi, la voglia di condividere ciò che ami, e poi cresce il desiderio di conoscere e conoscersi meglio. Questa passione ha un nome, FOTOGRAFIA. Non una forma d’arte, per quanto mi riguarda, ma un semplice mezzo con il quale raccontare me stesso attraverso gli altri. Ogni fotografia è incondizionatamente il riflesso di ciò che siamo, delle esperienze che abbiamo vissuto.

Perché hai scelto la street photography? Cosa ti suggeriscono le persone che fotografi?

Il quotidiano è un teatro dove continuamente tutti noi andiamo in scena. Anche il fotografo, anzi il non fotografo, va in scena e questa cosa mi affascina tantissimo. Non devo recarmi in studio per scattare le mie fotografie, non devo andare in zone di guerra per raccontare storie, devo solo esplorare il quotidiano, accettandone la sua dimensione “anarchica” e la sua innata imprevedibilità. Sviluppare una precisa attitudine nello scovare situazioni strane, particolari, inconsuete, fantastiche, che si nascondono dietro l’angolo, è la “missione” del non fotografo. Per riuscire in tutto ciò e per non influenzare con la propria presenza il naturale scorrere della quotidianità, bisogna essere poco invasivi e impattare meno possibile nella scena. Ecco perché il grande Marco Pesaresi si definiva un non fotografo e non posso che trovarmi d’accordo e fare mia questa interpretazione. Da quando faccio fotografia di strada ho “riscoperto” la città in cui vivo e la gente che la abita, ho scoperto anche nuove cose rispetto a me stesso. Questo è un valore aggiunto incredibile.

La tua raccolta “City limits” per il collettivo SPontanea destruttura il concetto di città mettendo in evidenza, invece, l’uomo che si muove entro i limiti di questo spazio. Parafrasando una parte del testo del tuo progetto, secondo te quali potrebbero essere i “canoni di vivibilità che ogni essere umano meriterebbe?

Le condizioni in cui versano le grandi città non sono che il frutto di una scellerata condizione sociale; le città non sono più a misura dell’uomo che le vive ma sono il frutto di una società votata all’omologazione, alla chiusura e all’abbrutimento. Troppo spesso non si vive ma si sopravvive e lo si fa ai margini, in una periferia lontana. Nella serie di foto che ho scattato ho sempre messo al centro l’individuo umano, per ricordare che quella è la posizione che gli spetterebbe in una società vivibile. Cosi non è: il cemento, a volte solo accennato, diventa però sempre protagonista, pronto ad inghiottire l’uomo ad ogni suo passo, quel cemento che lo accoglie ma più che offrire un riparo diventa una gabbia. Ecco, le grandi città sono diventate oramai gabbie, recinti, luoghi che tendono ad allontanare l’uomo dall’elemento in cui dovrebbe vivere e crescere, cioè la NATURA.

Stefano Mirabella City Limits

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Altro lavoro singolare è la serie intitolata “Solo uno dei miei due occhi” che fa parte del progetto annuale “Lo stesso posto” per SPontanea. Hai scelto di raccontare un posto diverso, l’occhio sinistro, pur essendo uguale l’ambientazione, ossia la strada. Com’è nata quest’idea e cosa vedi con un occhio che non scorgi con l’altro?

Come insegna Joel Meyerowitz gli occhi da tenere aperti mentre si fotografa sono due, ovviamente quello dentro il mirino ma anche l’altro, che serve per controllare ciò che avviene all’esterno del fotogramma. Qualcosa di inaspettato può, all’improvviso, entrare in scena. Vederlo, intuirlo attraverso lo sguardo, può consentire di gestire “l’imprevisto” in modo più appropriato. Ogni anno con SPontanea, il collettivo di street photography a cui appartengo, ci auto-assegniamo un progetto comune da sviluppare. Nel 2015 abbiamo affrontato “Lo stesso posto” ed ero, quindi, alla ricerca di un luogo dove far nascere e crescere l’idea. Il non luogo, rappresentato dall’occhio ferito di alcuni passanti incontrati durante le mie uscite fotografiche, è diventato il protagonista della storia. Con il tempo ho corretto il tiro, cercando solo persone che avessero il cerotto sull’occhio sinistro. Ne è nata una serie singolare, di ritratti, mai posati, di persone accomunate da una “sventura” e casualmente incontrate durante il mio cammino. Saper guardare e poter vedere è tutto in fotografia. Forse, la paura o la preoccupazione di non poter più osservare fotograficamente in un certo modo o, come fatto fino ad ora, mi ha reso sensibile al tema della cecità e alle problematiche legate alla vista. 

Stefano Mirabella Solo uno dei miei due occhi

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Il portfolio “Shadow”, rigorosamente in bianco e nero, è la sintesi della rappresentazione del quotidiano unita all’aspetto immateriale della strada, dove la gente cammina ignara della propria ombra. Simbolicamente, sembra che le persone siano talmente assorbite dal vivere quotidiano da non vedere altro. Alcuni scatti sono anche spiritosi e, per rimanere in tema d’ironia, ti chiedo se puoi spiegarci nel dettaglio questo bizzarro gioco che cattura luci ed ombre.

Le ombre, che concetto affascinante! La proiezione immateriale di una persona, che invece di materia è costituita. Rimandi e proiezioni che si allungano e assumono forme strane e stravaganti a seconda della luce del momento. La nostra ombra ci precede o ci anticipa, fa parte di noi ma la dimentichiamo spesso. La lasciamo lì su un muro, su una parete e, a nostra insaputa, assume forme strane e particolari. La propensione per la ricerca di situazioni particolari mi ha spinto all’osservazione e alla ricerca delle ombre che per loro natura, sono anch’esse particolari. Da quando, tanto tempo fa, vidi una foto di James Nachtwey, scattata in Palestina durante uno degli innumerevoli scontri nei territori occupati, appresi semplicemente che tramite le ombre si può raccontare molto. Un altro maestro in tal senso, da cui ho imparato tanto, è il fotografo americano di origini greche Constantine Manos. Basta guardare i suoi due libri American Color 1 e 2 per rimanere assolutamente “intrappolati” nelle ombre e nei colori, sapientemente gestiti dal suo occhio e dal suo obiettivo.

Qual è il tuo fotografo di riferimento?

Citarne uno sarebbe irrispettoso per tutti quelli, e sono tanti, che mi hanno inevitabilmente influenzato e trasmesso tanto, anzi tantissimo. Va bene. Allora sarò irrispettoso, solo un pochino però, e dico Alex Webb. La sua innata capacità nell’affrontare la strada mi affascina da sempre. Trovo che il suo modo di gestire la scena sia unico. I suoi scatti sono complessi e viaggiano su un labile confine al di là del quale c’è il caos visivo dove però le sue foto non cadono mai. Grazie alla collaborazione che ho da poco intrapreso con Leica Italia, ho avuto la fortuna di conoscerlo e passarci un po’ di tempo insieme. Che dire: un’esperienza unica!

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Quali altri strade percorrerai nel tuo prossimo futuro?

Quali strade? La strada ovviamente, senza alcun dubbio!!! La strada intesa anche e soprattutto come esplorazione del quotidiano, delle persone e del luogo dove vivono. Esplorazione, perché no, di me stesso.

Caterina Licciardello