Veronica Catania

Veronica Catania, classe 1987, è una giovane fotografa italiana in continuo movimento. La sua storia parte dall’Italia, da una viscerale passione per il cinema e per il mondo della visual art. Dopo la laurea vola verso l’Australia: sono intensi mesi di viaggio con taccuino e macchina fotografica, raccogliendo esperienze e abilità, e collezionando racconti visivi unici. Tornata in Italia vince il primo premio al Festival del Fotogiornalismo, grazie al quale accede ad un master in reportage alla scuola “Graffiti” di Roma. Lo scorso anno ha ottenuto la vittoria per la terza edizione del concorso “Giro del mondo in case private 2014” indetto dal sito francese Bedycasa e contemporaneamente viene assunta dalla stessa azienda committente per intraprendere un lavoro di reportage, alloggiando, per l’appunto, in case private in circa undici paesi nel mondo. L’anno dopo vince una borsa di studio alla “Scuola Romana di fotografia” Attualmente vive in Brasile. I suoi progetti sono intrisi di sentimenti per i paesi che ha visitato e le persone che ha conosciuto. Raccontano il suo percorso alla scoperta di quella parte di sé che è racchiusa in una scatola metallica e non aspetta altro che scattare fuori con un flash. Lo scrittore Stephen Littleword asserive che “Un viaggio è sempre una scoperta. E’ la scoperta di ciò che i luoghi nuovi fanno alla tua mente e al tuo cuore. Viaggiare è sempre, in qualche forma, esplorare se stessi”. ma quale attinenza potrà mai avere la fotografia di Veronica Catania con il continuo viaggiare? Per rimanere in tema, lo abbiamo “scoperto” ponendole alcune domande:

Veronica, quando hai capito che volevi fotografare?

L’amore per l’immagine è stato sempre presente in me, sin da piccola, insieme a quello per la letteratura. Ho studiato cinema con l’intenzione di raccontare delle storie attraverso delle belle immagini. Viaggiando ho capito che mi serviva qualcosa di più immediato, adatto a quel peregrinare, che mi potesse dare la possibilità di “congelare” le persone e le cose che vedevo assieme ai miei sentimenti; così ho rispolverato la mia passione per la fotografia, nata con l’analogico. Negli anni mi sono trovata di fronte a tanti volti e tantissimi paesaggi mozzafiato e lì mi sono posta molte domande: “Cosa può dare la mia foto che già non c’è in una cartolina? Cosa può trasmettere di una persona il suo semplice ritratto? Avevo capito che non potevo più scattare mere rappresentazioni estetiche, avevo bisogno di un messaggio. Viviamo in un epoca in cui c’è un’incredibile sovrapproduzione di immagini. Capii questo processo doveva essere forzatamente motivato in quella marea, doveva avere un valore, un senso di consapevolezza e un’interpretazione del mondo in cui viviamo scaturito da una ricerca. Comprendere di poter coniugare la fotografia all’arte della narrazione è stato per me determinante: finalmente potevo raccontare una storia, a modo mio. Come ha scritto Tiziano Terzani “Per un vero fotografo una storia non è un indirizzo a cui recarsi con delle macchine sofisticate e i filtri giusti. Una storia vuol dire leggere, studiare, prepararsi. Fotografare vuol dire cercare nelle cose quel che uno ha capito con la testa.” Facendo mio questo assunto ho finalmente capito che narrare attraverso le immagini era ciò che volevo fare, e che non avrei più smesso.

Parliamo di Hanging in the balance, uno dei tuoi progetti esperienziali. Stare in bilico non è solo metafora ma per molte persone è un modo di vivere. Come è nato questo lavoro? Ricordi una circostanza in cui ti sei sentita come un’equilibrista?

Il lavoro è nato come progetto di master per la Scuola Romana di Fotografia e ho conosciuto Erika, la protagonista, tramite un mio carissimo amico e grande fotografo, Fabio Moscatelli. Sono entrata nella vita di Erika in punta di piedi, rispettando i suoi tempi e cercando di comprendere il più possibile il suo mondo interiore per poterlo trasporre nelle mie fotografie. Dopo un po’ di tempo è nata una vera e propria collaborazione e una bella amicizia e sapere che lei si è infine rispecchiata pienamente nel lavoro è stato per me un momento di grande soddisfazione. Non è sempre stato facile però, e se Erika vive in equilibrio tra due mondi diversi, l’autismo e la neuro-tipicità, anch’io mi sento una piccola equilibrista che cerca di destreggiarsi tra dubbi e difficoltà e che non ha ancora saputo trovare pienamente la sua dimensione. Un giorno mi disse che se credevo di guadagnarci qualcosa con la sua storia mi sbagliavo di grosso, che non sarebbe interessata a nessuno. Quella sua disillusione su tutto, spesso mi scoraggiava e non riuscivo a contrastare la sua negatività. Mi presi una pausa di riflessione ma il giorno dopo tornai e le risposi ciò che pensavo davvero, ovvero che ciò che speravo di guadagnarci l’avevo già ottenuto. Tutto quello che imparavo quotidianamente standole accanto, ciò che lei mi mostrava di sé, la sua vita, i suoi dubbi, le sue paure, nelle quali rivedevo un po’ anche me stessa, mi bastava. Al giorno d’oggi vivere di fotografia è un sogno al limite del realizzabile, ma molti, come me, vivono per la fotografia, e anche se dobbiamo fare i conti con il bilico del filo sospeso, è un rischio che fa parte del gioco, e vale la pena correrlo, per tutto quello che sa regalarci.

Hanging in the balance

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Fotografare è una continua ricerca, esplorazione del mondo grazie alle immagini che documentano la vita. In quale posto ritieni di essere stata portavoce visiva di un messaggio?

Nel mio percorso di ricerca fotografica mi dedicai presto al reportage sociale, facendo lavori per alcune Ong in Asia. Avviandomi però alla produzione di un corpo di lavoro, facevo agire il mio istinto creativo senza passarlo al setaccio della mia riflessione. Nei miei scatti cercavo di spiegare il più possibile mostrando la situazione in cui mi trovavo, per essere utile ad una causa. Volevo veicolare a tutti i costi il significato che davo a quelle fotografie, finendo per renderle banali: volendo che fossero portavoce, appunto, di un messaggio, le rendevo didascaliche. Trattando storie individuali è normale e forte l’esigenza di voler rispecchiare il più possibile la persona raccontata, ma è giusto che ogni storia individuale possa diventare universale attraverso lo sguardo degli altri, che ognuno possa trovare qualcosa di sé e provare un’emozione di fronte a ciò che vede, anche diversa da chi la racconta, non importa, purché susciti qualcosa: io miro a questo. Penso di essere ancora lontana dalla meta e imparare è la cosa più preziosa che ci è data di fare, quindi non smetto, confrontandomi ogni giorno con nuove “imprese” e sperando, nel mio piccolo, di essere stata almeno per qualcuno la portavoce di un messaggio importante attraverso i miei scatti. In Cile incontrai un ragazzo molto giovane, viveva di arte, e gli feci una domanda banale “Come hai fatto? Cosa hai dato loro che non hanno potuto trovare in altri artisti, magari con più esperienza di te?” lui mi rispose “E’ quello che non gli ho dato che conta di più”. Ho capito dopo tempo ciò che voleva dirmi. L’arte più vera è quella che non dà delle risposte ma che fa porre delle domande.

Un’altra tua produzione fotografica è “Down the rabbit hole”. Cosa hai visto dietro quei volti appesi al filo dei loro cellulari? Prendendo spunto dal titolo, secondo te, cosa si nasconde nella tana del coniglio?

Ho iniziato questo progetto mentre lavoravo in un ristorante di Roma. Ci ho lavorato per tutto il tempo dei miei studi e ad un ennesimo “San Valentino” mi sono stupita di come due ragazzi, tra cuoricini, candele e un enorme scatola di cioccolatini sul tavolo, stessero uno di fronte all’altra, incollati al proprio smartphone. Con il tempo mi sono resa conto di come gruppi di persone, riuniti in lunghe tavolate, riuscissero a non dirsi una parola per tutta la durata della cena. Ho iniziato a portare la macchina fotografica con me e a rubare degli scatti. Viaggiando molto ho poi constatato con dispiacere di quanto, in numerosi paesi del mondo, non ci si può permettere molto, eppure si possiede uno smartphone. Questa tecnologia, che, seppure ci avvicina a chi è lontano, ci distacca da chi ci è vicino e ci trascina in una realtà diversa dal qui e ora: da questo il titolo del lavoro. Una realtà fittizia, una scappatoia, in un buco nero nel quale vedo solamente la morte della comunicazione: al crescere della fiducia nella tecnologia decresce quella negli esseri umani, fino al punto di poter pensare di fare a meno della compagnia altrui. Lo smartphone può essere un ausilio per le relazioni se usato in maniera intelligente, ma non una sua sostituzione. Non ci si sente soli mentre si trascorrono le ore nei mezzi pubblici o mentre si è a casa ad annoiarsi, a lavoro o a scuola, ma, quando si è “connessi”, lo si è terribilmente… soli. Probabilmente, come è avvenuto altre volte in passato con molte novità della tecnologia, una volta interiorizzato il cambiamento si riuscirà a conviverci senza farsi assorbire, e anche questa tecnologia non verrà più abusata, relegandola ai confini che le spettano; quindi penso e spero che questo sia solamente un periodo e che, come Alice, ci risveglieremo presto da questa falsa dipendenza.

Down the rabbit hole

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Animalia” è un tuo particolarissimo lavoro che richiama l’attenzione del pubblico sul concetto d’identità e delle maschere che spesso l’essere umano indossa per celare la propria essenza. Come avviene in Nevada, ormai da oltre vent’anni, al famosissimo festival “Burning Man”, l’uomo si traveste da tigre per sentirsi maggiormente a suo agio e difendersi dai giudizi esterni: l’apparente aggressività per nascondere la sua fragilità. Da dove è nata quest’idea e come sei arrivata a realizzarne un progetto?

Si dice che per fare dei buoni reportage bisogna fotografare qualcosa di molto vicino a sé, o di completamente distante. Io ho scelto sempre la seconda, perché sono una persona curiosa, e mi piace confrontarmi con realtà e persone molto diverse l’una dall’altra. Ho tantissimi amici che non potrebbero stare nella stessa stanza per più di cinque minuti, eppure ho un legame speciale con ognuno di loro. Mi stimola conoscere punti di vista diversi dal mio e modi di vivere totalmente differenti, e la fotografia è uno speciale lasciapassare per questo tipo di curiosità, che ti permette di entrare nella dimensione privata e intima degli altri. Sono riuscita a realizzare questo progetto sulla vita di Diego, principalmente perché lui mi ha permesso di accedervi e di mostrarsi senza paura di essere giudicato. E’ una persona molto dolce e spontanea e a differenza di altri miei lavori, come una storia sull’Alzheimer che mi ha dato tanto ma mi ha fatto anche molto soffrire, con Diego mi sono divertita moltissimo e ho potuto assorbire un po’ della sua spensieratezza. Il suo modo di vivere è sicuramente non convenzionale e va rispettato, perché come dico spesso, diverso non significa né peggiore né migliore, solamente differente. Per questo mi impegno per valicare i confini che mi separano da ciò che non conosco, sia materialmente che ideologicamente, dandomi la possibilità di posare uno sguardo sempre nuovo sul mondo.

Animalia

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Grazie alla tua vittoria per la terza edizione del concorso “Giro del mondo in case private 2014”, ideato dall’azienda francese Bedycasa, hai potuto visitare numerosi luoghi e conoscere culture diverse, realizzando anche l’omonimo portfolio che condensa i momenti salienti dei tuoi itinerari. Puoi raccontarci la tua esperienza?

E’ stata per me un’esperienza unica, che mi ha arricchita moltissimo soprattutto per quanto riguarda il lavoro di squadra. Ho viaggiato sempre da sola, assaporando quella libertà che solamente l’indipendenza può dare, e inizialmente mi sono trovata stretta nelle decisioni che dovevo condividere con altri tre reporter, due francesi e uno spagnolo. Avevo per la prima volta ricevuto un incarico e un committente per il mio lavoro. A questo si aggiungeva la paura di dover veicolare dei messaggi che non mi rappresentassero appieno. Pian piano, però, ho capito davvero che la missione di questa azienda, proponendo l’alloggio a casa di persone del posto, rispecchia totalmente il mio modo di essere, di concepire il viaggio e di approcciarmi ad altre culture ed ho scoperto la bellezza di poter condividere un’esperienza così ricca e intensa con tre persone che stimo molto e che mi hanno insegnato tanto, sia artisticamente che personalmente. Come diceva il mio compagno Rafa “It’s not the country, it’s the people” e infatti questo viaggio è stato reso indimenticabile non tanto dai posti che abbiamo visitato ma da tutte quelle persone che in paesi così diversi del mondo, unite da una stessa visione, ci hanno accolto nelle loro case permettendoci di scoprire non solo il loro mondo e le loro abitudini ma anche le loro vite e le loro emozioni. Un’occasione che non capita a tutti nella vita, e ne sono grata.

Giro del mondo

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In quale paese desideri realizzare il tuo prossimo progetto?

Mi sono trasferita da poco in Brasile, dove sto tentando, innanzitutto di imparare la lingua e di conoscere meglio il paese, e poi di trovare spunto per la mia prossima storia. Sono sicura che non dovrò cercare molto, perché, come spesso mi accade, sarà lei a trovare me.

Grazie a Veronica Catania che ci ha permesso di viaggiare in questo tratto della sua vita fotografica e vi aspettiamo presto con un nuovo personaggio da intervistare per addentrarci nel suo fattore umano e, naturalmente, professionale.

Caterina M. Licciardello