Walter Scarfò Vincitore del contest Roots|PLS Magazine

Simmetrie emotive e frammenti di ricordi, l’essenza del progetto SUPEROTTO di Walter Scarfò, vincitore del contest ROOTS.

Il ricordo è una storia che non sbiadisce alla luce del sole ma solleva lo sguardo della memoria dalle radici sino al cielo. Un armadio impolverato rappresenta l’appartenza, la familiarità con i luoghi dell’infanzia, uno scrigno misterioso di incerte visioni passate. Nessuno può immaginare quale straordinario segreto si nasconda dentro quel mobile chiuso, eppure il buio non ha infranto la materia, è rimasto custode fedele del ricordo che adesso viene reso manifesto.

Le parole non bastano per esprimere l’essenza del progetto Superotto, realizzato da Walter Scarfò, fotografo, illustratore, graphic designer e vincitore del contest indetto da PLS MAGAZINE, ROOTS. Bisogna scavare nella terra dell’infanzia sino alle radici che affiorano dal buio di una stanza dove l’autore raccoglie i frammenti della sua storia.

Una forza espressiva naturale, una passione per l’arte fotografica e una continua ricerca nel campo della comunicazione, svelano alcuni aspetti di Scarfò, lasciando al pubblico la curiosità di voler aprire le ante del suo armadio fotografico.

Walter nasce il 21 maggio del 1977 a Roma, dove vive e lavora; diplomato all’Istituto d’Arte, inizia in giovane età a lavorare nel campo della comunicazione, partecipando allo sviluppo ed alla realizzazione di numerosi progetti per grandi brand nazionali ed internazionali.

Dal 2003 è Direttore Creativo di una Agenzia di Comunicazione che si occupa prevalentemente di web design e sviluppo di prodotti multimediali, di strategia di comunicazione, pianificazione delle attività e gestione logica dei processi applicati al web.

Nel 2016 crea molko.it, un creative hub per condividere idee, esperienze e contest creativi, utilizzando la fotografia, la grafica e l’illustrazione come strumento di comunicazione.

Il ricordo non sbiadisce alla luce del sole ma nelle profondità del buio di un armadio carico di emozioni. Il senso di appartenenza, la storia, la memoria, sono elementi che emergono da quell’abisso polveroso. Walter, che valore attribuisci alle radici?

Ognuno di noi ha una storia da raccontare; viviamo in un mondo in cui tutto scorre molto velocemente, forse troppo. Ci stiamo abituando a considerare “vecchio” ciò che non fa più parte del nostro quotidiano, ci stiamo convincendo che voltarsi indietro sia meno importante che guardare avanti. Probabilmente è impossibile ricordare ogni passo della nostra vita, ma sono le impronte che abbiamo lasciato a poterci aiutare a capire chi siamo oggi e dove stiamo andando. Questo sono le “radici” per me: quei ricordi, i momenti che raccontano la nostra storia, quegli eventi della vita che grazie ad una penna, un pennello o una macchina fotografica vengono impressi nella memoria per farci scoprire meglio il nostro mondo interiore.

Qual è stato il momento in cui hai incontrato la fotografia?

Mi sento molto fortunato da questo punto di vista; mio padre amava molto l’arte, in tutte le sue forme. Ebanista e pittore sopraffino, ottimo fotografo, aveva la sensibilità per leggerla e la cultura per comprenderla ma soprattutto il dono di saperla creare. Sono cresciuto circondato da strumenti utili a  trasformare le idee in immagini o in forme di arte plastica.
L’Istituto d’Arte ed i suoi laboratori di Ripresa Fotocinematografica hanno fatto il resto;
in uno stanzino di casa avevo allestito la mia camera oscura, mio zio mi regalò un vecchio ingranditore della “Durst” e ricordo perfettamente i pomeriggi trascorsi a sviluppare foto, cercando di creare effetti grafici, passando con il pennello l’acido di sviluppo sulla carta fotografica.
 Devo dire che ora con Instagram è tutto più semplice ed i risultati onestamente sono migliori.
 Successivamente non è stato difficile, anche grazie alla mia professione, coltivare la passione per la fotografia, e acquisire gli strumenti necessari per saper leggere correttamente un’immagine.

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Oltre al portfolio SUPEROTTO, cosa hai scoperto “aprendo l’armadio” dei ricordi ma anche della fotografia?

Confesso che aprendo quell’armadio non avevo il progetto SUPEROTTO in mente, l’idea di trasformare quei vecchi nastri analogici in una galleria fotografica e di condividerla con voi, è nata dalla voglia di restituire a quei fotogrammi qualcosa che forzatamente per anni sentivo di avergli tolto. Superotto è il mio primo vero progetto fotografico, non so se ne verranno altri e ci tengo molto a ringraziarvi pubblicamente per l’opportunità che avete dato a quelle immagini di raccontare la loro storia e di trasmettere ancora una volta qualcosa.

La tua professione di graphic designer ed illustratore ti permette di constatare da vicino i vari aspetti della comunicazione. Quanto incide oggigiorno la fotografia nel contesto di una strategia di mercato e quanto conta invece l’emozione trasmessa da un’immagine?

Credo che oggi sia il modo di produrre immagini ad aver stravolto i paradigmi della fotografia e del ruolo che questa assume all’interno di un progetto di comunicazione. Applicazioni come Instagram hanno sganciato la fotografia dalla forma narrativa dell’album, restituendole la forza di bloccare un istante. 
Molti brand, soprattutto quelli che parlano ad un target giovane, stanno scegliendo l’approccio del “perfettamente imperfetto”, comunicando i propri valori, con immagini semplici, dirette, veicolate sapientemente dai social network in maniera virale. Il risultato è quello di una fotografia apparentemente meno sofisticata, quasi amatoriale, che interpreta però un linguaggio più vicino alle persone.

Quale tipo di fotografia ti colpisce al primo impatto?

Mi piace fare una distinzione: divido la fotografia in due gruppi, approccio razionale e fotografia istintiva.
Tendo a preferire la seconda, benché la mia professione mi imponga di dare un’enorme importanza alle regole di composizione, alla gestione simmetrica di uno spazio. La maniacale attenzione agli allineamenti rischia di essere un elemento che se esasperato può togliere spontaneità allo scatto. In un’immagine cerco prevalentemente il coinvolgimento emotivo nonostante esistano in fotografia dei criteri di composizione oggettivi. Quando lo schema logico viene sostituito dallo schema emotivo la foto riesce a trasmettermi emozioni decisamente più forti. Chiaramente le evasioni espressive devono possedere una forza tale da dimostrare che non siano frutto di errori, bensì ispirate e volute. La tecnica non può essere sostituita dall’improvvisazione.

 
Caterina M. Licciardello
Press Office PLS MAGAZINE